La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

venerdì 25 febbraio 2011

Omaggi alle devote dell'archeologia lucchese: I. La Compagnia delle Mura






La tecnica poligonale
nelle mura della colonia Latina di Lucca.
Nuovi dati di scavo

Giulio Ciampoltrini

Grazie a Livio (XL, 43), Lucca ha una precisa data di nascita: nel 180 a.C., nella fase conclusiva della guerra che da quasi un ventennio vedeva Roma e i suoi socii  impegnati al confine nord-occidentale dell’Italia, fra l’Arno e gli Appennini, contro le tribù liguri apuane, su terre concesse dalla città socia di Pisae fu fondata una colonia di diritto latino destinata a consolidare i successi finalmente conseguiti (anche con la progressiva deportazione degli Apuani) e a fungere da baluardo al piede dell’Appennino, in stringente simmetria con la rete di fondazioni che lungo il pedemonte settentrionale, da Modena a Parma, consolidavano il sistema di controllo del territorio che  Roma stava ripristinando dopo la lunga pausa della guerra annibalica[1].
Data la natura eminentemente strategica della nuova città, collocata nella piana in cui l’Auser si apriva in un ventaglio di bracci, e che venne immediatamente bonificata e centuriata per consentire le assegnazioni coloniali[2], la costruzione delle mura dovette essere il primo impegno dei coloni Latini. Il dato archeologico, in effetti, se segnala la rapidissima colonizzazione del territorio, anche con l’applicazione negli edifici produttivi rurali dello schema planimetrico della domus – caso peraltro non inconsueto nell’Italia tardorepubblicana[3] – rivela che l’area urbana non fu edificata estensivamente che a partire dallo scorcio finale del II secolo a.C., con l’ovvia eccezione delle strutture ‘pubbliche’, e – appunto – delle mura[4]; d’altro canto, al di là della narrazione liviana, che vede esaurirsi l’impegno militare sul fronte apuano proprio fra 180 e 179 a.C., le tribù liguri dell’Appennino ancora nel 155 a.C. furono in grado di impegnare severamente le forze romane, se in quell’anno Marco Claudio Marcello celebrò un trionfo sugli Apuani, e l’evidenza archeologica, con la singolare restituzione di ghiande missili associate a monete romane degli anni Cinquanta e Sessanta del II secolo a.C. sui versanti del Monte Rondinaio e del Vallimona, al margine meridionale del massiccio apuano, offre una significativa testimonianza dello scenario in cui si manifestò l’ultima resistenza ligure a Roma[5].
L’apparato di mura, dunque, non era solo essenziale per esaltare lo status della colonia, ma poteva essere chiamato, anche in condizioni di urgenza, a sostenere attacchi, e a garantire – comunque – un sicuro rifugio ai coloni distribuiti nel territorio in una rete di insediamenti che – come era accaduto al sistema di abitati etruschi del III secolo a.C.[6] – poteva essere facile e appetibile obiettivo delle incursioni liguri.
Si deve dunque ritenere che l’impresa della costruzione delle mura fu realizzata in breve volgere di tempo, con l’impegno collettivo del corpo coloniale, e il coordinamento ‘tecnico’ di maestranze capaci di sfruttare la disponibilità di materia prima del territorio e le comode vie di trasporto offerte dalla rete fluviale proposta dall’Auser. Si deve a Paolo Mencacci l’individuazione delle cave del calcare cavernoso con cui venne realizzato il paramento esterno delle mura, nell’area di Quosa, sul versante sud-occidentale del Monte Pisano, mentre il compatto calcare bianco impiegato di regola per le assise inferiori e di base della cerchia poteva parimenti essere fornito dalle cave nel settore lucchese, settentrionale, dello stesso massiccio, che ancora nel Medioevo alimenteranno di questo litotipo i grandi cantieri romanici della città[7].
Alla diversa destinazione funzionale dei materiali disponibili, come è già stato più volte segnalato[8], corrisponde la diversa tecnica di lavorazione: il calcare cavernoso è ridotto in blocchi parallelepipedi funzionali alla stesura di un’opera quadrata con filari tendenzialmente isodomi, come traspare dal tratto meglio conservato, grazie al reimpiego fattone per la parete occidentale della chiesa di Santa Maria della Rosa, che vi si attesta[9]; il duro calcare bianco viene sottoposto alla lavorazione finale durante le fasi stesse di messa in opera – come certifica la costante presenza di schegge di lavorazione nei livellamenti delle fondazioni[10] – ed è ridotto in blocchi subparallelepipedi con faccia esterna spesso trapezoidale, funzionale alla realizzazione di giunture verticali oblique, in una versione ‘da manuale’ della ‘IV maniera’ dell’opera poligonale, così come è definita dal Lugli[11]. I blocchi sono allettati su piani orizzontali, ma viene sistematicamente perseguita la ricerca di connessioni fra i ricorsi, ricavando denti di ammorsamento.
Se già dall’ancora fondamentale recensione dei tratti superstiti delle mura di Lucca dovuta a Sommella e a Giuliani risaltavano queste peculiarità tecniche[12], recenti ritrovamenti sul lato orientale del circuito tardorepubblicano hanno offerto spettacolari attestazioni della coerenza con cui le maestranze applicarono le lezioni maturate nel fervore dell’attività edilizia dell’area centro-italica fra III e inizi del II secolo a.C.
In particolare, il paramento esterno della porta orientale – ricomposta sulla scorta della sequenza di attività di tutela sviluppata fra 2002 e 2009[13] – conserva sul lato meridionale, con accesso da Piazza Santa Maria foris portam (fig. 1, A), nel prospetto meridionale dell’avancorpo di protezione della porta quattro ricorsi (figg. 2-4; US 5): l’assise inferiore, alloggiata nel suolo limoso-argilloso di base in cui finiscono anche schegge di lavorazione della pietra, è formata da due blocchi sommariamente sbozzati anche sulla faccia esterna, evidentemente per la peculiare collocazione, con una scheggia di rinzeppamento a completare la giunzione. I tre ricorsi destinati a rimanere in vista sono rifiniti, seppur sommariamente, e i blocchi giustapposti con linee di contatto oblique, in un caso forse derivanti dalla frattura regolarizzata di un solo elemento di cava. Il dente che innerva nell’assise di fondazione il ricorso inferiore ha un’evidente connotazione funzionale, prevenendo l’eventuale slittamento fra i due filari. Alla struttura tardorepubblicana viene addossata, in momento non definibile su base stratigrafica, e comunque posteriore alla sequenza stratigrafica tardoantica cui si sovrappone, un’eterogenea struttura di ciottoli, blocchetti derivanti dal riutilizzo di elementi in calcare cavernoso o in calcare bianco dell’apparato originario delle mura (fig. 3, US 91-92-94).
È leggermente diversa la tecnica leggibile sulla parete delle mura (figg. 2; 5; US 1): anche il ricorso di fondazione, alloggiato direttamente sul suolo vergine appena manomesso, vede l’accuratissima rifinitura della faccia esterna, e a giunzioni oblique – talora completate da schegge di calzatura triangolari – si alternano successioni di blocchi regolarmente parallelepipedi, con l’aspetto di una vera e propria ‘opera quadrata’. Anche in questo settore viene ricercata la connessione fra i ricorsi lavorando la faccia superiore del blocco alloggiato nell’assise di fondazione in modo da ricavare un dente aggettante capace di consentire l’ammorsamento di due blocchi del primo filare.
A dimostrazione della coerenza delle tecniche costruttive impiegate, le stesse soluzioni sono immediatamente leggibili anche nel lembo di torre indagata nel 2008 all’incrocio fra Via Sant’Andrea e Via dell’Angelo Custode (fig. 1, B), prima concreta attestazione di questo accorgimento poliorcetico nel tessuto delle mura tardorepubblicane della città (figg. 6-8)[14].
L’assise di fondazione della torre è, come quella dell’avancorpo di protezione della porta, di blocchi sommariamente sbozzati o del tutto irregolari nella faccia esterna, messi in opera con giunti irregolari, ma tendenzialmente obliqui; la faccia superiore è però regolarizzata con accuratezza, per disporre di un perfetto piano orizzontale di alloggiamento per il filare di base affidato a blocchi parallelepipedi relativamente lunghi e sottili, giustapposti alternatamente con facce di contatto oblique o verticali, provvisti in un caso di dente di ammorsamento al ricorso soprastante, rispetto al quale sono leggermente aggettanti (figg. 6-8, US 26).
Il lembo superstite dell’apparato delle mura, come si è appena visto nel caso della porta, è di blocchi rifiniti in facciata anche nell’apparato di base (figg. 7-8), in cui sono riconoscibili almeno due filari, con il superiore che in corrispondenza dello spigolo è formato da due parallelepipedi sovrapposti, innervati nel filare di base con l’angolo diedro formato dalla faccia inferiore del blocco.
Il confine tra l’opera quadrata e la poligonale di IV maniera, per rimanere nell’ambito della classificazione del Lugli, è, come si vede, assai labile; le maestranze all’opera nella colonia Latina sono perfettamente partecipi della duttile aderenza alle occasioni offerte dalla materia prima disponibile che domina l’edilizia tardorepubblicana del bacino geografico dal quale, verosimilmente, provengono.
La componente laziale-campana dell’onomastica lucchese, recuperata in anni remoti nel pur scarno patrimonio epigrafico offerto dalla società lucchese della prima età imperiale[15], è infatti una possibile spia delle aree in cui furono reclutati i coloni Latini che – probabilmente integrati da una componente etrusco-settentrionale, e in parte anche ligure – formarono il corpo della città. Nell’ambito delle fondazioni coloniali del III e II secolo a.C. sono riconoscibili immediatamente gli accorgimenti planimetrici e tecnici applicati a Lucca[16], e lo stesso ‘blinguismo’ dell’opera quadrata in materiale ‘tenero’ (calcare cavernoso), del poligonale in materiale ‘duro’ (calcare bianco) trova a Ferentino una spettacolare dimostrazione, che, come a Lucca, potrebbe essere imputata all’esigenza di sfruttare contemporaneamente le varie cave di materia prima, disponendo altresì di maestranze versate nei due differenti campi di attività[17].
Se le mura di Lucca, con la datazione assicurata agli anni immediatamente successivi al 180 a.C., posssono assurgere a testimone prezioso nell’evoluzione – comunque assai lenta – delle tecniche edilizie nell’ambito ‘coloniale’ dell’Italia progressivamente unificata dall’ellenismo maturato nei contesti ‘municipali’, si dovrà tuttavia osservare che soluzioni del tutto comparabili a quelle impiegate a Lucca sono riconoscibili, come già più volte sottolineato, nelle mura urbiche di Fiesole[18]. Nell’incertezza sulla cronologia di questa struttura, genericamente riferita all’età ellenistica[19], si potrà almeno sottoporre al dibattito la possibilità che le maestranze di formazione ‘latina’ attive a Lucca o – più genericamente – nelle fondazioni coloniali dello scorcio finale del III o dei primi del II secolo a.C. abbiano reso popolari anche nell’Etruria settentrionale ‘modi di costruire’ che fino a quel momento erano rimasti peculiari dell’area culturale centro-italica romano-latina.

Bibliografia

Bruni 2010 = S. Bruni, “Fiesole e la media valle dell’Arno”, in Gli Etruschi delle città. Fonti, ricerche e scavi, a cura di S. Bruni, Cinisello Balsamo 2010, pp. 54-61.
Ciampoltrini 1988 = G. Ciampoltrini, “Prosopograhia Lucensis. Un contributo per la storia della società lucchese fra I e II secolo d.C.”, Actum Luce, XVIII, 1988, pp. 71-96.
Ciampoltrini 1995 = G. Ciampoltrini, Lucca. La prima cerchia, Lucca 1995.
Ciampoltrini 1996 = G. Ciampoltrini, “L’insediamento etrusco nella valle del Serchio fra IV e III secolo a.C. Considerazioni sull’abitato di Ponte Gini di Orentano”, Studi Etruschi, LXII, 1996, pp. 173-210.
Ciampoltrini 2008 = G. Ciampoltrini, La porta e la torre: nuovi materiali per le mura (e l’urbanistica) di Lucca Romana, Rivista di Topografia Antica, XVIII, 2008, pp. 23-34.
Ciampoltrini 2009 = G. Ciampoltrini, Metamorfosi di una città romana. Paesaggi urbani di Lucca dalla fondazione alla media età imperiale, in Lucca: le metamorfosi di una città romana. Lo scavo dell’area Banca del Monte di Lucca di Via del Molinetto, a cura di G. Ciampoltrini, Lucca 2009, pp. 10-64.
Ciampoltrini 2010 = G. Ciampoltrini, Edilizia rurale tra Valdarno e Valle del Serchio: la colonizzazione etrusca tra VI e V secolo a.C. e le deduzioni coloniali d’età augustea, in Etruskisch-italische und römische-republikanische Häuser, a cura di M. Bentz e Ch. Reusser, Wiesbaden 2010, pp. 135-143.
Ciampoltrini, Cosci, Spataro 2009 = G. Ciampoltrini, M. Cosci, C. Spataro, I paesaggi d’età romana tra ricerca aerofotografica e indagine di scavo, in Las Terra dell’Auser I. Lo scavo di via Martiori Lunatesi e i paesaggi d’età romana nel territorio di Capannori, a cura di G. Ciampoltrini e A. Giannoni, Bientina 2009, pp. 11-62.
Lugli 1957 = G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma 1957.
Mencacci 2001 = P. Mencacci, Lucca. Le mura romane, Lucca 2001.
Sommella, Giuliani 1974 = P. Sommella, C.F. Giuliani, La pianta di Lucca romana, Roma 1974.


[1] Si rinvia per un esame analitico e per la risolutiva conferma concessa dal dato archeologico alla fondazione di Lucca nel 180 a.C. a Ciampoltrini 2008, pp. 23-28.
[2] Per questo aspetto si rinvia a Ciampoltrini, Cosci, Spataro 2009, pp. 14 ss.
[3] Si veda a tal proposito Ciampoltrini 2010, pp. 141 s., con ulteriori riferimenti bibliografici.
[4] Per la formazione urbana di Lucca, Ciampoltrini 2009, pp. 23 ss.
[5] Ciampoltrini 2008, p. 26, con i riferimenti bibliografici.
[6] Analisi della complessa dialettica del rapporto fra Etruschi e Liguri della Valle del Serchio in Ciampoltrini 1996, pp.186 ss.
[7] Mencacci 2001, pp. 82 ss.
[8] Si veda da ultimo Ciampoltrini 1995, pp. 27 ss.
[9] Sommella, Giuliani 1974, pp. 24 s.; eccellenti immagini in http://www.luccaromana.com/index.php?it/99/le-mura, all’interno del sito curato da Lorenza Camin.
[10] Particolarmente significativi, a questo proposito, gli inediti dati di scavo nell’area del Galli Tassi e di Piazza Santa Maria foris portam.
[11] Lugli 1957, pp. 80 s., tav. VIII.
[12] Sommella, Giuliani 1974, pp. 22 ss.; si veda per successive acquisizioni Ciampoltrini 1995, passim.
[13] Ciampoltrini 2008, pp. 27 ss.; fig. 3, per la ricomposizione della struttura e l’analisi del tipo. Lo scavo fu diretto dallo scrivente, e coordinato da Elisabetta Abela, con la collaborazione di Sara Alberigi, Serena Cenni, Maila Franceschini, Laura Guidi; ad esse si deve la restituzione grafica di figg. 3 e 5.
[14] Ciampoltrini 2008, pp. 32 s. Lo scavo, finanziato dall’Amministrazione Comunale di Lucca, fu diretto dallo scrivente, e coordinato da Elisabetta Abela, con la collaborazione di Sara Alberigi, Serena Cenni, Irene Monacci; ad esse si deve la restituzione grafica di fig. 8.
[15] Ciampoltrini 1988.
[16] Ciampoltrini 2008, pp. 31 ss.
[17] Immediate le suggestioni di Lugli 1957, pp. 127 s., tav. VI, 1 per Ferentino.
[18] Ciampoltrini 1995, pp. 27 s., con il riferimento al classico Lugli 1957, pp. 80 ss., tavv. VIII; XI, 1.
[19] Si vedano ad esempio le osservazioni di Bruni 2010, p. 60: «la realizzazione, forse non lontana dalla metà del IV secolo, della cortina muraria» (di Fiesole).

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