La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

domenica 30 maggio 2010

L'ultima anfora d'Africa a Lucca



È stato bravo Alessandro a scorgere al buio degli strati neri i frammenti dispersi nell'infinita sequenza che la sua scienza archeologica è riuscita a discernere, e paziente l'archeologo funzionariando a lavarli uno per uno, ritrovando antiche manualità nei ritagli di tempo delle chiacchiere infinite e dei progetti innumeri e inutili, a coltivar l'arte del puzzle e poi incollarli con la forza dell'attak (pubblicità occulta, meraviglioso frutto proibito), giacché non ha tanti anni di vita da poter attendere mitici restauratori allievi e maestri dell'eccellenza tronfia che accomuna ministri e dirigenti, sindacalisti e tromboni d'accatto. Sempre a frignare sui soldi che mancano, come la musica andina, trent'anni che si ripete sempre uguale, ma senza il fascino delle vette delle Ande.
E dunque, sottratta in briciole alla terra, ricomposta per un attimo, prima che la mancanza di restauratori eccellenti facesse sentire il suo peso, si staglia l'ultima anfora venuta d'Africa a Lucca, per spargersi in mille pezzi in una buca aperta chissà perché, fra le rovine di una domus a cui tutto il sottraibile era stato sottratto. Keay VIII, decreta il Maestro delle Anfore, e precisa poi (ma ci si arrivava anche senza) che di certo è una delle ultime Keay LXII, anfore grandi, cilindriche, piene dei frutti di una terra che stava per morire e rinascere in altre forme. I rossi giganteschi piatti e vassoi giunti dalla stessa terra, forme Hayes 104 e 105 e coppette 108 o 109 o centoettanti, come decretano gli emendatori romani del verbo anglocanadese, sono schizzi di colore e di sapore che danno il gusto degli anni a coppe gocciolanti di un povero rosso, ai vasi a listello, con o senza beccuccio versatoio, con o senza schegge di laviche pietre per preparare le pappe al farro.
Siamo nel VII secolo, più o meno, o forse alla fine del VI, o chissà, in secoli bui in cui si perdono le truci gesta di Agilulfo e di Rotari, e non si sa se i naviganti giunti o tornati dall'Africa narravano le gesta di Eraclio, degne dei versi di Giorgio di Pisidia, o portavan piuttosto le novelle dell'avanzata degli Ismaeliti, dei Saraceni, nelle terre fra l'Eufrate e lungo il mare d'Africa.
Keay VIII, variante della LXII, degli anni di Eraclio e del piccolo opportunista capetto della banda di razziatori giunti dalla Pannonia a far male all'Italia, se già non ne avessero fatto tanto i Signori della Classe Dirigente dell'Impero, scaricata in una oscura fossa di Lucca nell'ultima luce del crepuscolo del mondo antico. E l'alba del mondo nuovo era solo la fatica del giorno dopo, per volti che ci sono trasmessi con le stralunate somme di ellissi e cerchi compressi delle immagini del secolo dell'ultima anfora giunta dall'Africa.

mercoledì 26 maggio 2010

Il verde cielo di Valdera, il rosso delle chiese del Trecento, il colore degli strati





Combatte con l'azzurro il verde della Valdera, sul finire di maggio, dopo le piogge, in toni infiniti appena chiazzati di rosso e e di giallo, a caricare di colore il crinale che s'affusa tra Ricavo e Tosola, fra Valdera e Valdarno, tante volte percorso in anni remoti, quando gli agriturismi di Colleoli erano neppure divinati, e le coloniche sfuggite da pochi anni alle fatiche dei mezzadri offrivano il fianco a testimoniare, con cocci incompresi, storie recenti e segni di vite remote. Sul Maltufo, la quota 203 degli Etruschi del VI secolo a.C., signora di queste terre, il primo bucchero visto sulle argille di colline sventrate, sta finendo la vita della pineta che si vide piantare, trenta e più anni fa.
Ma non per questo ci si perde nel verde e nell'azzurro di Colleoli; è per l'ombra di un'abside coronata di arcatelle in laterizio, in decoroso tessuto di mattoni scanditi da paraste, resto coevo dello strato visto nel sogno di un autunno perduto. Non parlano le pietre, rivissute e logorate da infinite rinascite, né le pareti di strade incavate dove ancora nel Cinquecento i Signori di Firenze curavano il castello divenuto loro per conquista, ceduto ai pascoli di villici miserabili, incapaci di versare le somme pattuite.
La storia di un contratto narrato dalle carte dei Capitani, della visita del Vescovo del Quattrocento, affidata al paramento di mattoni esaltato dall'ombra della sera. E l'archeologo che vorrebbe comunicarla, con la sua passione solitaria per queste affusate colline perse tra il cielo e il verde.

domenica 23 maggio 2010

Gli effimeri gigli dell'Auser, a maggio




Guardano i monti della Fanciulla di Vagli, con il suo magico cerchio, persi nel vapore della primavera matura, e l'aguzza punta del castellum degli Etruschi, scena dell'ultima battaglia di qualche giorno della fine del III secolo a.C., i gigli effimeri che le piogge di maggio e le umide pendici delle Cerbaie ci regalano, dopo che le folaghe son partite e gli aironi fuggono le strade transitate.
L'Auser celebra il suo umido trionfo, prima di morire sotto un granturco spurio, con fiori effimeri, all'alba appaiono, si dischiudono, presto spampanati perché calabroni e vespe son rapidi a compiere il loro lavoro.
L'archeologo che vaga sempre più inutilmente nella Terra dell'Auser, cercando qualche isola da cui ripartire, si ferma però, al ritorno, a immaginare un lembo di paesaggio come poteva essere quando la Fanciulla di Vagli veniva condotta al rogo e i suoi resti al Sacro Cerchio, e dal Castellare qualche Etrusco vigilava sull'incrocio dei Quattro Fiumi, protetto dall'aggere visto da Marcello, cercato nel turbine di vento dell'inverno del 2003.
Paesaggi perduti come gli amici, nel sogno di ritrovare il passato, nell'illusione di averne colto un lembo dietro fiori fugaci come gli aironi, come i giorni di chi cercando il passato riesce soprattutto a trovare la sottigliezza del presente. I fiori di Mimnermo, dicono i distici che riemergono dai giorni del liceo.

mercoledì 19 maggio 2010

Storia in pillole: dal portus Telamonis a Talamonaccio




Giulio Ciampoltrini

Telamon. La città e il porto
nel sistema degli insediamenti dell’Etruria centrosettentrionale costiera


La posizione chiama il rilievo oggi detto di Talamonaccio ad un ruolo privilegiato nel sistema degli insediamenti, quando occorra coniugare sicurezza dell’abitato e controllo del territorio. Dal pur modesto rilievo di Talamonaccio, in effetti, lo sguardo svaria dai Monti dell’Uccellina al Giglio, all’Argentario e oltre, fino al promontorio sul quale sorse Cosa, vigilando su un braccio di mare cruciale per i traffici tirrenici; più della modesta foce dell’Osa, a sud, sono le lagune litoranee che ancora nello scorcio finale dell’Ottocento si disponevano sul fianco interno dell’Uccellina, e fino al cordone litoraneo che si salda al rilievo di Bengodi – propaggine settentrionale del sistema di Talamonaccio – ad offrire eccellenti occasioni portuali.
A terra, infine, il rilievo declina rapidamente nella sella che è passaggio obbligato per chi affronta gli itinerari costieri, subito dopo il valico dell’Osa.
Se già nel Bronzo Medio il sito era frequentato (Fedeli 1993), nel Bronzo Finale è attestata per la prima volta la simbiosi fra acropoli (Talamonaccio) ed epineion, nell’insediamento destinato a rimodularsi infinite volte sulle sponde della laguna, subito ad ovest di Fonteblanda; lo scorcio finale dell’Età del Bronzo vede anzi una particolare vivacità di questo sistema, segmento della serie di insediamenti costieri e perilagunari che costruiscono un vero e proprio sistema, particolarmente percepibile in questo tratto dell’Etruria (Ciampoltrini 1999).
Sono ancora le risorse della laguna a stimolare la ripresa degli insediamenti nell’Età del Ferro, se coglie nel segno la proposta di attribuire a questo volgere di tempo il più cospicuo fra gli abitati ‘specializzati’ nell’estrazione del sale e nella conservazione del pesce che la ricerca di superficie ha individuato sulle sponde della perduta laguna, e di collegarlo al sepolcreto emerso ai primi del Novecento (Ciampoltrini 2001); ma è nell’intrecciarsi di traffici del primo arcaismo, nei decenni iniziali del VI secolo a.C., che fra la laguna e il piede del rilievo di Bengodi si dispone un insediamento ‘di fondazione’ – come dimostra l’applicazione di rigorosi moduli urbanistici, coniugata alla isomoiria nella distribuzione dei lotti edificabili – che svolge un ruolo non secondario nella rete commerciale nella quale, nei decenni centrali del VI secolo (gli anni della battaglia ‘del Mar Sardo’ o di Alalia), si intrecciano navi e trafficanti etruschi, greci, fenici, come indicano le restituzioni di materiali e in particolare la massa di anfore etrusche dei tipi Py 3 e (nella fase estrema) Py 4, oltre che di spugne in ferro (Ciampoltrini 2003; Ciampoltrini – Firmati 2002-3).
Nella seconda metà del secolo l’insediamento perilagunare è appena dislocato, forse per far fronte ad avversità ecologiche, ed è completato dal tempio attestato da poche, ma coerenti tetsimonianze di terracotte architettoniche (Ciampoltrini – Rendini 2007).
Sia per la crisi ‘internazionale’ che trova nella battaglia di Cuna, del 474 a.C., il momento culminante, sia per la drammatica involuzione dell’intera rete di insediamenti della bassa valle dell’Albegna, il portus Telamonis dell’area perilagunare di Fonteblanda si estingue intorno alla metà del V secolo a.C.
Occorre attendere quasi un secolo, perché intorno al 350 a.C. si strutturi di nuovo un sistema ‘abitato d’altura-epineion’ in grado di divenire un nodo essenziale sia delle rotte tirreniche, che della vie litoranee o che dal mare risalgono per la valle dell’Albegna fino al distretto tiberino (Ciampoltrini 2002). È forse Vulci, per impulso della città-stato o affidando l’impresa a consorterie gentilizie, a promuovere una riorganizzazione del territorio in cui il poggio di Talamonaccio svolge un ruolo comparabile a quello affidato all’insediamento che sull’istmo di Orbetello controlla le risorse portuali della grande laguna, o che – da Ghiaccioforte a Saturnia – provvede altrettante tappe di un itinerario la cui ovvia conclusione è a Orvieto, all’innesto con le vie di terra e fluviali del Tevere (Rendini 2009 a).
La strutturazione urbana di Telamon, provvista di una cerchia muraria vista negli scavi ottocenteschi, è completata da un’area sacra in cui spicca il tempio le cui ristrutturazioni hanno concesso una straordinaria sequenza di terrecotte architettoniche; sono, tuttavia, i sontuosi corredi della necropoli esplorata negli anni Settanta dell’Ottocento (Chelini 2006) a testimoniare l’opulenza di un’aristocrazia che dalla città e dal suo porto – individuato ancora una volta nella laguna e nell’insediamento sulle pendici di Bengodi – partecipa ai traffici e, come propone un’ipotesi inverificabile ma certamente affascinante, alla ‘pirateria’ tirrenica del IV secolo a.C. (Ciampoltrini 2002). Proprio per questo l’epineion sembra oggetto delle prime campagne romane nell’Etruria centrale tirrenica, alle quali l’abitato sopravviverà, forse ridimensionato ad un riuolo ‘locale’, ma non la sua propaggine portuale (Ciampoltrini – Rendini 1992).
In questa cornice si distribuisce la massa di monete restituite dagli scavi ottocenteschi, contrappunto ad un’evidenza di materiali che partendo dalla massa di produzioni attiche a vernice nera dei decenni finali del IV secolo a.C. (Ciampoltrini – Rendini 1992) traccia comunque la partecipazione di Telamon ai traffici marittimi, seppure in maniera sempre più marginale.
La battaglia del 222 a.C., che segnò il disastro dei Galli, testimonia il valore strategico che il sito conservava come chiave per la penetrazione verso Roma, negli itinerari terrestri dell’Etruria, e prontamente adeguati da Roma con l’apertura della via Aurelia (sintesti in Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2008), ed è probabile che il santuario, la cui lunga sequenza di rinnovamenti è conclusa dal ciclo di decorazioni frontonali dei decenni finali del II secolo che rammenta l’impresa dei Sette contro Tebe, contribuisse a corroborare il ruolo della città. La piccola serie di terrecotte votive recentemente edita (Rendini 2009) certifica della valenza iatrica del culto che vi si svolgeva, anche se non è facile sottrarsi alla suggestione di una risolutiva componente mantica, obliquamente rispecchiata dalla figurazione dei Sette contro Tebe, dominata dal ‘segno dell’oracolo’ (Ciampoltrini 1995).
Le dotazioni delle domus cittadine – in particolare nelle pavimentazioni (Rendini 2001) – appaiono coerenti con il tono urbano ‘medio’ dell’Italia tardorepubblicana. Con questo è coerente il livello medio delle restituzioni ceramiche o di bronzi (Ciampoltrini 1985), e lo stesso circolante monetario di cui qui si da finalmente un esaustivo conto.
Il disagio sociale dell’Etruria degli estremi anni della Repubblica è tale da non imporre di valutare un possibile rapporto tra le connotazioni della città sul Talamonaccio e il ruolo svolto nella fase finale della guerra civile tra Mariani e Sillani.
A Telamon approda Mario, nell’87 a.C., nel suo viaggio di ritorno in Italia dall’Africa (Plutarchi Vita Marii, 41, 2), forse non solo perché in questo tratto dell’Etruria si conclude sulla costa italiana la rotta che tracciata dall’Africa seguendo il ponte formato da Sardegna e Corsica: l’Etruria è uno dei ‘poli’ del partito, e lo confermerà nella devastante fase finale del conflitto, in cui la stessa Telamon scompare, in modo drammatico. Il silenzio dell’indicatore numismatico, dopo l’85 a.C., è un inquietante segno delle devastazioni della guerra civile attestate dalle fonti da Populonia a Volterra, e su paesaggi ancor più vasti dai ripostigli di monete, grandi o piccoli, che si addensano negli ultimi anni di quel terribile decennio (Rendini 2009). Le armi in ferro ammucchiate in strati – gladi, pila – emerse nello scavo ottocentesco sono il ‘commento’ archeologico alla battaglia senza scampo per i Mariani che si dovette combattere sulla piccola città che sbarrava la via verso le roccaforti mariane dell’Etruria settentrionale (Ciampoltrini 1985).
Dopo l’incendio che suggellal’espugnazione, verosimilmente nell’82 a.C., o poco prima, il silenzio scende su Telamon. La vita prosegue invece nel territorio, sul grande asse viario offerto dalla via Aurelia (Ciampoltrini 2004; Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2008) e, soprattutto, dal mare. Il nuovo sistema portuale, ristrutturato negli anni di Traiano, preferisce tuttavia il lato opposto del golfo di Talamone, dove sorgerà poi anche l’insediamento medievale (Ciampoltrini – Rendini 2004).
Per breve tempo, dopo sporadiche frequentazioni tra VI e VII secolo, Talamonaccio torna sede di insediamento protetto, nel Medioevo (Ciampoltrini 1993): il denaro pavese di Ottone è testimone squillante di questa effimera rifioritura, perché già nel Duecento solo un castellare può essere segnalato sul pianoro dalla storia straordinaria, incredibilmente ritornato a vivere nel sistema di forti costieri del Regno d’Italia, alla cui costruzione si deve anche la riscoperta di questo capitolo di storia dell’Etruria.


Bibliografia

CHELINI C. 2006, Gli scavi ottocenteschi sul Poggio di Talamonaccio, in Gentildonne e guerrieri. Aristocrazie ellenistiche nel territorio di Orbetello, catalogo della mostra Orbetello, Sala del Frontone di Talamone, 2001, a cura di G. Ciampoltrini e G. Poggesi, Firenze 2006, pp. 41-77.
CIAMPOLTRINI G. 1985, Talamone e l'area costiera. La città e l'aristocrazia, in La romanizzazione dell'Etruria: il territorio di Vulci, cat. mostra Orbetello 1985, Milano 1985, a cura di A. Carandini, pp. 115–118.
CIAMPOLTRINI G. 1993, Castelli sul mare di Maremma. A proposito della “structure on the eastern height” di Ansedonia, Archeologia Medievale, XX, 1993, pp. 607-609.
CIAMPOLTRINI G. 1995, Il vecchio, il mare, la nave. Una proposta per il fregio con thiasos marino di Telamone, La Parola del Passato, CCLXXX, 1995, pp. 67-77.
CIAMPOLTRINI G. 1999, La Puntata di Fonteblanda. Un insediamento del Bronzo Finale, in Ferrante Rittatore Vonwiller e la Maremma, 1936-1976. Paesaggi naturali, umani, archeologici, Atti del Convegno Ischia di Castro, Ischia di Castro 1999, pp. 69-77.
CIAMPOLTRINI G. 2001, Insediamenti nella bonifica di Talamone (Orbetello, Grosseto): un contributo per l’insediamento perilagunare dell’Età del Bronzo in Toscana, in Preistoria e protostoria della Toscana, Atti della XXXIV Riunione Scientifica. Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 29 settembre - 2 ottobre 1999, Firenze 2001, pp. 533-534.
CIAMPOLTRINI G. 2002, La necropoli ellenistica di Orbetello. Cronache archeologiche del XIX secolo, Rassegna di Archeologia, 19 B, 2002, 45-80, pp. 75-78.
CIAMPOLTRINI G. 2003, L’insediamento arcaico di Fonteblanda e l’urbanistica “ippodamea” fra Orvieto e Vulci, in Fra Orvieto e Vulci, Atti del X Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l’Archeologia dell’Etruria, Orvieto 2002, a cura di G.M. Della Fina, Atti della Fondazione per il Museo “Claudio Faina, X, 2003, pp. 279-299.
CIAMPOLTRINI G. 2004, Un paesaggio stradale tra antichità e Medioevo. Gli scavi 1913 nel Camporegio di Talamone, Archeologia Medievale, XXXI, 2004, pp. 423-431.
CIAMPOLTRINI G., COSCI M., SPATARO C. 2008, La via Aurelia dal Chiarone all’Ombrone, Archeologia Aerea, 3, 2008, pp. 101-108.
CIAMPOLTRINI G., FIRMATI M. 2002-2003, The Blacksmith of Fonteblanda. Artisan and Trading Activity in the northern Tyrrhenian in the Sixth Century B.C., Etruscan Studies, 9, 2002-2003, pp. 29-36.
CIAMPOLTRINI G., RENDINI P. 1992, Porti e traffici nel Tirreno settentrionale fra IV e III secolo a.C. Contributi da Telamone e dall’Isola del Giglio, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, III, XXII, 4, 1992, pp. 985-1004, tavv. LVI-LXI.
CIAMPOLTRINI G., RENDINI P. 2004, Il sistema portuale dell’ager Cosanus e delle isole del Giglio e di Giannutri, in Le strutture dei porti e degli approdi antichi, II Seminario Roma - Ostia Antica 16-17 aprile 2004, a cura di A. Zevi Gallina e R. Turchetti, Soveria Mannelli 2004, pp. 127-150.
CIAMPOLTRINI G., RENDINI P. Vie e porti del vino nella valle dell’Albegna in età etrusca, in Archeologia della Vite e del Vino in Etruria, Atti del Convegno Internazionale di Studi Scansano Teatro Castagnoli 9-10 settembre 2005, a cura di A. Ciacci, P. Rendini, P. Zifferero, Siena 2007, pp. 176-184.
FEDELI F. 1993, La frequentazione protostorica del colle di Talamonaccio (GR). Nuovi materiali e revisione di vecchi dati, Rassegna di Artcheologia, 11, 1993, pp. 149-243.
RENDINI P. 2001, I pavimenti a commesso laterizio della regio VII: un aggiornamento, in Atti dell'VIII Colloquio dell'Associazione Italiana per lo Studio e la conservazione del Mosaico, Firenze 21-23 febbraio 2001, Ravenna 2001, pp. 227-242
RENDINI P. 2005, Stipi votive e culti nella valle dell’Albegna in età ellenistica, in Depositi votivi e culti dell’Italia antica dall’età arcaica a quella tardo-repubblicana, Atti del Convegno di Studi Perugia, 1-4 giugno 2000, a cura di A. Comella e S. Mele, Bari 2005, pp. 285-293.
RENDINI P. 2009 a, “Le vie del sacro”. Culti e depositi votivi nella valle dell’Albegna. Documenti e viabilità, in Le vie del sacro. Culti e depositi votivi nella valle dell’Albegna, a cura di P. Rendini, Siena 2009, pp. 11-19.
RENDINI P. 2009 b, Il territorio di Montiano nei primi decenni del I secolo a.C., in Ripostiglio di Cupi di Montiano (Grosseto), 1961. Monete romane repubblicame, Ripostigli monetali in Italia, Grotte di Castro 2009, pp. 8-9.

domenica 16 maggio 2010

Dai castelli di Garfagnana ai castelli di Valdera: Medioevo dal cielo e sulla terra




L'acqua della Val di Lima bagnava castelli di montagna, dalla Rocca di Sala alle mura di Benabbio, in una fredda mattinata della primavera invernale ... e il sole sorride sui castelli che Marcello vedeva nelle radiose immagini dall'alto, magici cerchi nel grano e nelle vigne di una Valdera solatia. Cerchi, quadrati, ellissi che attendono il segno dell'archeologo, ma un'investigatrice passione li illustra di cocci e di nomi, dei quattrini di Firenze e di Lucca, e del denaro di Ottone, fresco del conio lucchese, perduto nei primi giorni dei castelli di vescovi e conti, di notai e giudici, di aspiranti signori, che si inseguono e si richiamano di colle in colle, di qua e di là dall'Era. I castelli della cavalcata del console di Pisa e dei delegati del vescovo di Lucca, nei sei giorni dell'estremo autunno del 1175, castelli che apron le porte al ritrovato signore e villaggi che fan loro divozioni ad un vescovo meno amato dei ghibellini di Pisa.
Il segno di Ottone per i segni della terra nel cielo della Valdera, immagine in filigrana dell'incontro di una primavera diversa, e della dolorosa fatica di ripercorrere un passato pieno di amici perduti, in una terra che tanto hanno percorso.

sabato 15 maggio 2010

Lo sguardo triste del primo Rinascimento: su un frammento di graffita di Lucca




Ha lo sguardo del Flagellando di Piero della Francesca l'armigero che un frammento terroso, salvato dalla terra, ci racconta per l'insensata vicenda che ritaglia i cocci, li seppellisce, li fa riemergere, per esaltare o deprimere l'archeologo. Il Trionfo del Caso.
Il frammento da integrare, con il biondo personaggio ricco di vesti, con uno scudo – mah? – con l'insegna tutta da decifrare; doveva raccontare qualche storia, esser chiaro ai suoi contemporanei, alla tavola lucchese della fine del Quattrocento che s'abbelliva e si inquietava alle immagini cantate dal maestro della graffita padana che aveva superato gli Appennini.
Per ora ci inquieta, con le labbra socchiuse, inflesse, lo sguardo perso fra il cipressetto e lo sfondo puntinato. Storie tristi, di un'epoca felice per chi frequenta la sala del primo Botticelli, forse meno per il piccolo Piero che s'applicava a rammentare alle tavole lucchesi le nuove epoche, alternando coniglie gravide a immagini enigmatiche.

lunedì 10 maggio 2010

Paesaggi di castelli medievali. Riandando a Peccioli 2009







Hanno generato lustrati cocci e ricomposte brocchette, generose del giallo delle prime vetrine, le stratificazioni di tegole ripulite con geometrico fervore, portate allo stesso nitore dei cocci, scevri di qualsiasi reliquia della madre terra che per seicentocinquanta anni li aveva riscaldati.
E si può tornare sereni alle piovose ore di Peccioli, primavera del 2009, con carissimi amici, e uno che ci ha lasciati, e rivivere le duttili forme del paesaggio medievale delle colline oggi riscoperte dall'agriturismo, dopo il lungo oblio, sui crinali di Palaia, fra l'Arno e l'Era, modellate da scarichi di inutilizzabili tegole e qualche coccio, per ampliare il castello di Colleoli, per erigervi la chiesa di cui solo avanza l'abside, nelle vesti che furono degli anni del Boccaccio o dei Pisani perduti nelle guerre atroci e inutili del Trecento.
Sognare è lecito, di castelli di un confine grottesco e feroce, fra Fiorentini e Pisani, una Maginot risibile di guerre che di vero avevano comunque il sangue l'odio la brutalità della rapina. Un po' di sangue e di colore per pagine smorte, smunte come la fascinosa raggiera dalla scodella di maiolica arcaica pisana, gemella sfortunata della sorella felice ancora baciata dal sole a Usigliano, sul crinale che ci guardava, mentre la tramontana del novembre 2007 bruciava le orecchie, e quella geometrica parete con i colori della terra e del sogno iniziava una canzona dai suoni aspri, come la lingua dei Pisani del Trecento.

giovedì 6 maggio 2010

Storia di una fibula longobarda e dei tormenti dell'archeologo



L'archeologo un po' ispirato e poetico vorrebbe seguire il filo dei suoi pensieri e dei suoi sogni, affondare la piatta pala della ruspa e la fine punta delle mestola dove i problemi che gli attanagliano le notti trovino soluzione, si faccia luce nel buoi dei secoli, e la gloria ne risplenda. Altra è la praxis ( prexis, siamo ionici), e l'emporie, per risolvere il binomio di anni remoti e di studi non più di moda ... e talora capita di lavorare su commessa, con alto e basso, e il senso del dovere a sopprimere le pulsioni al sogno.
Mai ci si sarebbe avventurati negli artificiosi intrecci delle pagine animalistiche del Roth, se Ananke e Aidós non fossero intervenute, ninfe dimenticate nelle pagine di Mimnermo, a richiamare (almeno per un po', per un pezzettino) alla disciplina. Ed ecco dischiudersi un trionfo di Alemanni per Alemanne, e le loro sorellucce Longobarde, davvero gente poco raccomandabile, anche se le signorotte Romane di Ravenna o di Roma non dovevano essere troppo meno insopportabili, se non per la lingua ... e quegli strani aggeggi che si mettevano addosso, in bella coppia, con tutte le chincagliere suonanti a far bella mostra sulle proterve membra. Fibule ad arco, pure figlie delle nebbie del nord (con un po' di Mediterraneo, tuttavia, alle remote radici) coperte di vichinghi intrecci di bestie feroci nate dal mare del Nord, degne delle imprese di Beowulf o delle cupezze dei Nibelunghi; e i dotti di Germania a gozzovigliare in questi nobili parti dei loro avi conquistatori, della rea progenie degli oppressori, a seguire con amore infinito le boccucce dei mostri che si azzannano (si nel senso di: se stessi), non capendo più nulla fra I Stile, e II, e Schlaufenstil, e le altre follie che solo gli archeologi tedeschi del buon tempo antico sapevano immaginare.
E lo sventurato stampatore della sbatacchiata fibula finita a Lucca, bella sul fondo nero, che non capisce più nulla, e mescola un primo stile degenerato (ahiahi, caro Fuchs, Sullano saeculo scripta, direbbe qualcuno) a un secondo scarabocchiato. Ma forse non si preoccupava degli stili dei Vichinghi e dei figli dell'Elba, lo stampatore, per far bella con queste patacche astruse la sua Longobardotta della campagna lucchese. Forse vagheggiava i delfini del Mediterraneo, i delfini delle fibbie dei guerrieri della Nona Legione di Britannia, che tanto piacevano anche a Longobardi d'alto rango ... e lasciavano volentieri alle belle Longobardotte le fibule con le bestie che si mordono, per la gioia dei discendenti collaterali di millecinquecento anni dopo.

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