La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

mercoledì 9 febbraio 2011

Le gioie delle Ghiaie e delle Buche: letture aride per chi ha già visto le immagini


In attesa che Monica & Francesca cucinino impasti con inclusi microclastici nel fornello della Granchiaia, servendoli con una spruzzatina di bucchero a velo, per soddisfare i Quaranta Curiosi, un'anteprima assoluta per gli accaniti frequentatori del povero blog.

Giulio Ciampoltrini

Paesaggi e insediamenti etruschi d’età arcaica nella Terra dei Quattro Fiumi

Paesaggi etruschi tra indagini di scavo e ricerca aerofotografica

Le immagini satellitari che sono oggi punto di partenza ideale, talora quasi obbligato, per qualsiasi itinerario nei paesaggi – integrando con il colore della fotografia il dato comunque ‘mediato’ o filtrato della restituzione cartografica – permettono di apprezzare con immediata evidenza l’intreccio di vie d’acqua che guida la storia del Valdarno Inferiore.
Uno spettacolare scatto, da posizione leggermente obliquo, proposto dal sito che la NASA ha dedicato alle riprese fotografiche degli astronauti (fig. 1)[1], fa risaltare il corso dell’Arno nella valle chiusa a settentrione dalle Cerbaie, a sud dalle colline incise da Egola, Chiecina, Era, prima di aprirsi verso il mare nella Pianura di Pisa.
A nord, al piede delle Cerbaie, che quasi lambisce, scorre l’Usciana nei rettilinei voluti dalle bonifiche granducali del Cinquecento[2], per raggiungere l’Arno poco a monte di Pontedera. Il canale cinquecentesco, progressivamente arricchito sulla sua sinistra di altre opere di regimazione (l’Antifosso, il Collettore) è erede di un fiume meandriforme e dal letto mutevole che ancora alle soglie dell’anno Mille conservava l’antica denominazione etrusca, Arme – un idronimo che evoca immediatamente il nome antico del fiume Fiora, Armine[3] – usata per designare il corso d’acqua che usciva dal bacino in cui si impaludavano le acque della Nievole e delle due Pescie, di Pescia e di Collodi.
Se l’Arme-Usciana apre una via verso l’Appennino, il terzo fiume – l’Era – propone, con i suoi affluenti Roglio e Cascina, lineari assi di di penetrazione fino all’acropoli di Volterra, e, da qui, per la Toscana centromeridionale.
Il quarto fiume ha – come l’Usciana – conosciuto la severa disciplina delle opere di canalizzazione: il ramo di sinistra dell’Auser, che nel Medioevo quasi colmava la depressione fra Cerbaie e Monti Pisani con il Lago di Sesto o Bientina, per uscirne con un emissario che raggiungeva l’Arno all’altezza di Bientina, può oggi essere ripercorso nei canali della bonifica voluta dall’ultimo Granduca di Toscana. Non arricchisce più delle sue acque l’Arno, che sottopassa con la ‘botte’ di San Giovanni alla Vena, per proseguire nella piana fra Pisa e Pontedera fino a Livorno, ma nell’immagine satellitare il particolare può essere apprezzato solo indirettamente[4].
I quattro fiumi, dunque, indicano altrettante, comode vie: verso il nord, risalendo l’Auser; da est a ovest, dall’area portuale alla foce dell’Arno e lungo le lagune litoranee, per penetrare nell’interno sulle onde dell’Arno; a nord-est, per l’Arme-Usciana; per il sud, con l’Era.
La ricerca aerofotografica e l’indagine archeologica consentono oggi di ricomporre il sistema fluviale della ‘Terra dei Quattro Fiumi’, per l’età antica, e in particolare etrusca, sullo sfondo di un paesaggio che talora può essere apprezzato anche nei particolari.
Anche l’attuale corso dell’Arno, che nel tratto che qui si osserva è prevalentemente curvilineo, si rivela in effetti esito di una tormentata opera dell’uomo che – forse fin dalle colonizzazioni augustee che profondamente trasformarono il volto delle pianure dell’Etruria settentrionale[5] – ha rettificato un tracciato meandriforme comparabile con quello ancora conservato immediatamente a monte di Pisa. La paziente opera di lettura dei paleoalvei condotta da Marcello Cosci sulle immagini aeree e satellitari, poco prima che ci lasciasse, rivela nel tratto da Santa Croce sull’Arno a Bientina una sovrapposizioni di meandri (fig. 2) che talora sono minuziosamente documentati – come nel tratto che lasciava Calcinaia sulla sinistra del fiume, per giungere sino a Bientina e a Vicopisano, rettificato negli anni Sessanta del Cinquecento[6] – e in altri casi trovano puntuali riscontri nella toponomastica, come per l’Arno Vecchio che penetrava nella pianura fra Santa Maria a Monte e Montecalvoli fino a sfiorare il dosso dell’Arme-Usciana[7]. I frammenti ceramici restituiti dai contesti di scavo del sito di Sant’Ippolito di Anniano – prima fattoria della colonizzazione augustea, poi plebs baptismalis fra Tarda Antichità e Alto Medioevo – assieme al cippo marmoreo ‘acheruntico’ emerso negli anni Settanta del secolo scorso nella stessa contrada e recuperato dal compianto don Lelio Mannari (il ‘cippo Mannari’), sono un indizio ancora labile, ma suggestivo, degli insediamenti etruschi che dovevano disporsi sull’alta riva destra del fiume, dapprima fra VI e V secolo a.C., e poi nel III[8]; gli isolati materiali emersi a più riprese nel territorio fra Castelfranco e Santa Croce in escavazioni di profondità condotte sulla stesso dosso, come in Via dei Tavi di Castelfranco, aggiungono qualche elemento accessorio ad una rete di insediamenti del VI e V secolo a.C. che dovrà essere definita nei particolari[9].
È più articolata, per la singolare congiunzione delle opere di bonifica e di escavazioni in profondità, la ricostruzione del sistema di insediamenti che doveva attestarsi sul corso dell’Arme-Usciana. Soprattutto nel territorio di Castelfranco, dalla località Iserone sino al confine con Santa Croce sull’Arno, una continua attività di tutela – dispiegata soprattutto in occasione di opere di bonifica – ha dato solidità all’ipotesi che il dosso fluviale fosse capillarmente occupato, fra VI e V secolo a.C., da insediamenti che coniugavano le opportunità agricole con le occasioni dei traffici che potevano svilupparsi su un itinerario transappenninico che aveva forse nei nuclei demici emersi nell’area di Pieve a Nievole il terminale della via di valico[10].
Nella pianura castelfranchese, fra Arno ed Arme, ancora le opere di bonifica hanno portato in luce, in località Nacqueto, un insediamento frequentato nei decenni centrali del VI secolo a.C. che sembra trovare il punto di riferimento in un fiume – del tutto dimenticato – il cui alveo, letto nelle canalizzazioni della rinnovata opera di bonifica condotta fra 1998 e 1999, era livellato da sabbia (fig. 3) che restituiva anche frammenti ceramici etruschi d’età arcaica o classica. Ancora nel Medioevo, d’altronde, l’area compresa fra i dossi dell’Usciana e dell’Arno era percorsa da fiumi di cui restano le testimonianze documentarie e toponomastiche (Radicosa, rio di Comana)[11].
Se è stato possibile leggere in sezioni aperte da escavazioni in profondità negli anni Ottanta del secolo scorso i meandri dell’Usciana[12], e il fiumiciattolo sulle cui sponde fiorì per breve tempo l’insediamento di Nacqueto ha lasciato una solida testimonianza stratigrafica, si deve alla valutazione aerofotografica una seducente ipotesi sul rapporto tra fiume e insediamenti, in età etrusca arcaica e classica, nella piana fra Pontedera e Ponsacco.
È stato possibile alla paziente sagacia di Marcello Cosci riconoscere nelle immagini degli anni Cinquanta del secolo scorso, scattate prima che l’apertura dello Scolmatore dell’Arno mutasse l’assetto delle falde e, di conseguenza, la leggibilità dei paleoalvei, un sepolto corso d’acqua meandriforme, il cui esito traspare – stavolta nelle immagini satellitari – sin quasi alle lagune costiere che si distendevano alle spalle delle dune litoranee, a sud di Pisa (fig. 4): un ramo dell’Arno, che doveva solcare la Pianura di Pisa a sud del principale, ancora attivo, e che ha un erede medievale nell’attuale canale dell’Arnaccio[13].
La datazione dell’arco di attività di questo paleoalveo è stata avanzata sulla scorta degli insediamenti che si dispongono sulle sue perdute rive; dalle aree di vita individuate con la ricerca di superficie, sino a quelle scavate – come nel caso dell’abitato delle Melorie di Ponsacco – si profila infatti un coerente sistema di insediamenti che almeno dagli inizi del VI fino all’avanzato V secolo a.C. sembra trovare proprio in questo corso d’acqua, perduto già sotto la centuriazione augustea, un potente catalizzatore[14]. È dunque suggestiva, seppure ancora in attesa di ulteriori sostegni e di verifiche adeguate, l’ipotesi che questo ramo fluviale debba essere identificato con uno dei bracci in cui l’Arno, stando a Strabone o alla sua fonte, si divideva prima di Pisa e della foce[15].
Il modello che si sta delineando, e che vede in età arcaica e poi classica gli abitati concentrarsi pressoché senza eccezioni sulle rive del fiume, sembra meno valido per la Media Valdera. All’evanescenza dei dati disponibili su insediamenti perifluviali[16] fa da contrappunto la rete di abitati d’altura in cui l’appassionata ricerca di Carlo Benvenuti, con le indagini nel territorio fra la Tosola e Montefoscoli, ha consentito di inserire il caso sino ad allora isolato di Montacchita[17], e che sembra funzionale ad una strategia di controllo da posizione dominante degli assi itinerari. Anche l’isolato contesto d’età arcaica recuperato negli anni Settanta sul punto più elevato (quota 203, la ‘Pineta del Maltufo’) della via di crinale da Marti a Palaia[18] potrebbe rivelare la metodica occupazione dei punti nodali del territorio. In questo distretto si sarebbe dunque dispiegato già agli albori del VI secolo a.C. – come dichiarano i contesti di Montacchita –il sistema combinato di insediamenti d’altura e perifluviali che nell’angolo nord-occidentale dell’Etruria si affermerà, invece, solo nello scorcio finale dello stesso secolo[19]. Ovviamente non è possibile ricondurre a fattori sociali o politici le diverse connotazioni degli abitati. Se è plausibile che l’intera Terra dei Quattro Fiumi trovasse già nel VI secolo a.C. il polo urbano di riferimento in Pisa, terminale della rete di vie d’acqua che lo innerva, e l’evidenza archeologica tratteggia nella fascia di Valdera in cui ricadono Montacchita e Montefoscoli un’area di contatto con la chora di Volterra[20], un rapporto fra struttura degli insediamenti e bacini di influenza o di egemonia delle singole città etrusche, soprattutto per l’età arcaica, non trova alcun concreto sostegno nei dati disponibili.
Paradigmatica del ruolo dominante – o esclusivo – svolto dal fiume per lo sviluppo dell’insediamento in età arcaica è la struttura dei paesaggi che si dispiegano sugli intrecciati rami in cui l’Auser si divide appena raggiunta la pianura, a valle della stretta di Ponte a Moriano (fig. 5): i bracci di sinistra, che si riunivano per confluire – come si è detto – nell’Arno all’altezza di Bientina (Auser I-II); il ramo centrale, oggi ridotto al modesto corso dell’Ozzeri; il braccio di destra, un tempo secondario – l’Auserculus – e divenuto oggi il più ricco d’acqua, capace di imporre il suo nome a tutto il fiume, il Serchio. Non è questa la sede per affrontare la tormentata tematica della storia del fiume, ma è un dato acquisito che fra VI e V secolo a.C. le rive della rete d’acqua formata dall’intreccio dei rami del fiume – mirabilmente ricomposta da Marcello Cosci sulla scorta della lettura delle immagini aeree e satellitari[21] – condensarono pressoché senza eccezione l’insediamento etrusco, almeno nel settore planiziale (fig. 6)[22].
Come è da attendersi, il sistema fluviale letto nelle immagini aeree può fondere diverse fasi di vita del fiume e un mutare di paesaggi che talora rimane oscuro, in casi felici può essere ricomposto sulla scorta di elementi esterni – come è appunto il caso di veri e propri ‘sistemi di insediamento’ dossivi – in casi ancora più fortunati può essere illuminato dal dato archeologico, che conferma l’elevata volatilità dei paesaggi fluviali, soprattutto in momenti caratterizzati da un sottile livello di pressione demografica e da conseguente limitata capacità di modificare i paesaggi.
Già fra 1994 e 1995 era stato possibile individuare in due distinti punti, con la sistematica documentazione delle stratificazioni incise dal tracciato di un metanodotto, rami dell’Auser – altrimenti ignoti – nel territorio di Capannori, a sud-est di Paganico; in un caso almeno era possibile riferire ad età etrusca il corso d’acqua[23]. Infine, nella primavera del 2010, grazie alle singolari occasioni offerte dall’archeologia di tutela contestuale alla costruzione di un nuovo asse stradale, poco ad est del centro di Lucca – immediatamente a nord del cimitero di San Filippo – è apparso un ramo dell’Auser attivo in età etrusca (figg. 7-15)[24].
L’affioramento di ciottoli e ghiaie con la presenza – sottilissima ma coerente – di materiale ceramico riferibile ad orizzonti etruschi del VI-V secolo a.C., se non altro per la dominante presenza di impasti con inclusi microclastici, indusse immediatamente a procedere ad un esteso saggio d’accertamento. Per tutta la sua larghezza, anche se con l’estensione limitata alla fascia investita dal manufatto stradale, fu messo in luce un sedimento a matrice sabbioso-limosa (US 3), con ghiaie medio-fini e ciottoli, coerente e compatto nel settore centrale, dall’aspetto lenticolare ai margini, sottostante a strati limo-argillosi con materiali ceramici d’età medievale e moderna (US 2; figg. 7-8; 10); era inciso da una fossa con andamento nord/sud (US 25), colmata da una sequenza di sedimenti limoso-argillosi (US 26-27) con rarissimi frammenti ceramici acromi, riferibili plausibilmente ad orizzonti medievali.
Le due trincee con cui se ne valutò lo spessore permisero di accertare che il sedimento US 3 aveva dapprima livellato e poi sepolto (figg. 11-13) una rete di ‘canali’ incisi nel suolo limoso-argilloso di base (US 13). Nel settore centro-orientale (US 8-12) i ‘canali’ raggiungono o superano i 50 cm di profondità, con profilo accentuatamente concavo (fig. 14), o con aspetto di fosse strette, subrettangolari in sezione (US 5-7); sono invece appena percepibili nelle fasce laterali, con fondo talora pressoché piatto (US 16-20, a ovest; 21-23 a est; fig. 15). La granulometria della ghiaia non mostra apprezzabili discontinuità fra i livelli superiori e inferiori del sedimento, mentre la presenza di ciottoli aumenta progressivamente verso l’alto, proponendo una sequenza deposizionale che vede dapprima il prevalere della componente ghiaioso-sabbiosa, integrata progressivamente da ciottoli, tanto che l’interfaccia con US 2 assume l’aspetto di un vero e proprio acciottolato. Nelle fasi preliminari dell’indagine, in effetti, la morfologia del sedimento che affiorava sotto i livelli limo-argillosi invitò a valutare anche la possibilità che questo fosse antropico, interpretabile come via glareata o – data l’estensione – area comune ‘di servizio’ di un abitato: un ‘piazzale’ di raccordo fra una serie di nuclei insediativi, come nell’abitato del V secolo a.C. indagato fra 1988 e 1989 nella vicina Tempagnano[25].
Dai saggi in profondità l’ipotesi è stata esclusa, giacché la morfologia dei ‘canali’, soprattutto con l’intreccio distintamente riconosciuto nella trincea aperta nel settore settentrionale dello scavo, mostra un inequivocabile aspetto ‘intrecciato’ (figg. 11-13) che impone di ricondurre le stratificazioni di ciottoli e ghiaia ad una matrice fluviale, e, in particolare, ad un corso d’acqua che nella fase iniziale si manifestava con un ‘alveo a canali intrecciati’ – braided river, per ricorrere alla terminologia inglese dominante in questo campo dell’indagine[26]. Attestati in Italia oggi dal solo Tagliamento – per limitarsi ai fiumi di maggior portata – i fiumi ‘con alveo a canali intrecciati’ sono un aspetto consueto in paesaggi in cui l’intervento antropico sulla morfologia del paesaggio è debole, e comunque non tale da condizionare i corsi d’acqua. In particolare, i braided rivers sembrano caratterizzare gli ambienti con un elevato mutamento delle pendenze e della rapidità delle correnti (fig. 16).
Nel caso specifico del paleoalveo incontrato ed esplorato a San Filippo, rimane da valutare la possibilità che esso debba essere riconosciuto in uno dei rami dell’Auser letti da Marcello Cosci nelle immagini satellitari (fig. 5), giacché la risoluzione fotografica non è tale – anche in relazione all’ampiezza massima del sedimento di ghiaia e ciottoli, che supera di poco i 20 m – da consentire valutazioni univoche. Per contro, la modestissima ma coerente presenza di frustuli ceramici, per di più non fluitati o appena consunti ai margini, riferibili a impasti microclastici databili fra VI e V secolo a.C., come certificano in particolare i bordi di olle con labbro svasato, arrotondato (fig. 17)[27], assicura sulla formazione del deposito nel corso del V secolo a.C., forse come episodio delle profonde trasformazioni ambientali che concorsero alla drammatica crisi del sistema di insediamenti etruschi[28]. Allo stato attuale dei dati disponibili – anche in relazione alla modestissima estensione del sedimento individuato, di cui solo si può apprezzare un orientamento quasi esattamente nord/sud – solo con un’ipotesi di lavoro si potrebbe argomentare che il corso d’acqua si sia formato per effetto di una rotta o di una tracimazione capace di incidere decisamente il sedimento limo-sabbioso nel quale il fiume si apriva un nuovo letto, per poi estinguersi per effetto di una progressiva ostruzione. Il depositarsi dei ciottoli sui livelli superiori delle ghiaie segnerebbe il momento conclusivo della storia di questo ramo dell’Auser, che dovrebbe essere posto ancora entro il V secolo a.C., stando alla modestissima fluitazione degli impasti microclastici.
Il rapporto fra il paleoalveo emerso a San Filippo e l’insediamento etrusco d’età arcaica incontrato a qualche centinaio di metri di distanza, ad est, nell’area del Nuovo Ospedale di Lucca[29], o con il villaggio vissuto a Tempagnano nel corso del V secolo a.C.[30] allo stato attuale delle conoscenze resta nell’ambito della mera ipotesi, tanto più che non è possibile escludere che l’attività di questo ramo fluviale debba essere circoscritta ad un episodio della storia complessa che le acque dell’Auser-Serchio conobbero prima dell’intervento umano.

Forme e strutture degli insediamenti d’età arcaica

Nella ricostruzione di Marcello Cosci è ben riconoscibile un ramo dell’Auser che, con corso meandriforme, si dirama dall’Ozzeri per muoversi poco a sud dell’attuale centro storico di Lucca (fig. 5). Una datazione ad epoca etrusca di questo paleoalveo potrebbe essere confortata dalla collocazione sul suo ipotetico dosso – oggi non più riconoscibile sotto l’urbanizzazione della periferia meridionale di Lucca – della necropoli scavata nel 1982 in Via Squaglia, a Lucca-San Concordio[31], e confermata dal piccolo abitato emerso nel 2010 durante le attività di archeologia preventiva condotte nell’antica area dell’Officina del Gas di Lucca, ancora a San Concordio[32].
Con l’articolazione dei suoi dati, il sito arcaico di Lucca-San Concordio si è aggiunto alla serie di insediamenti oggetto di una sintesi nel convegno dedicato a Bonn, nel 2009, all’edilizia residenziale etrusco-italica e romana[33], concorrendo ad enucleare, all’interno di una varietà estrema dei tipi – acuita anche dalle condizioni che di volta in volta hanno modulato lo sviluppo dello scavo – tratti comuni dell’abitato d’età arcaica nella Terra dei Quattro Fiumi.
Rinviando alle varie sedi in cui se ne è proposta l’edizione una recensione analitica dei dati di scavo, si sintetizzano di seguito i tratti essenziali dei vari complessi.
I due nuclei insediativi esplorati nel 2003-2004 a Montacchita propongono – con diverse soluzioni – un’articolazione dell’edificio residenziale intorno ad un ambiente centrale sub-circolare, probabilmente conservando le tradizioni dell’Età del Ferro, concretamente attestate in questo tratto dell’Etruria nord-occidentale nell’abitato del Chiarone di Capannori (fig. 1)[34]. La ‘capanna A’, in particolare (fig. 18), nel rispetto rigoroso del costume villanoviano, è completata dal vestibolo quadrangolare, disposto sul piano di campagna (A), da cui si accede all’ambiente sub-circolare, sottoscavato in un vero e proprio ‘fondo di capanna’ (B); la copertura è affidata ad un solo palo portante, disposto in posizione centrale (C).
Si è sottolineata la parentela di questo schema con la planimetria delle tholoi del territorio volterrano – Casaglia e Casale – e, di conseguenza, si è avanzata la proposta che nell’Etruria nord-occidentale della fine del VII e dei primi del VI secolo a.C. esso non conservasse solo la valenza sacrale che lo faceva adottare per le dimore dei morti, ma mantenesse ancora una concreta funzionalità per gli insediamenti[35].
In effetti, ancora intorno alla metà del VI secolo a.C. ‘capanne’ di planimetria subcircolare o ellittica si alternano nel vasto distretto che va dal Valdarno alla Garfagnana a strutture di pianta quadrangolare; le prime e le seconde, quando lo scavo ha ottenuto un respiro adeguato, sembrano completate ancora da un vestibolo. L’attestazione più significativa di questo secondo tipo rimane quella offerta dal nucleo centrale dell’insediamento di Piari, nell’Alta Valle del Serchio, forse eretto da ‘pionieri’ che sfruttavano le selve apuane per la lavorazione della pece[36]; ancora una volta, è da segnalare la parentela fra case dei vivi e case dei morti, come risalta dal confronto della planimetria del complesso di Piari con quella – per limitarsi all’ambito dell’Etruria settentrionale – della tomba dei Boschetti di Comeana, proposta già al momento dell’edizione dello scavo[37].
Lo scavo delle Melorie di Ponsacco (figg. 1; 3)[38] ha comunque testimoniato che nel Valdarno il tipo circolare conservava ancora nei primi decenni del VI secolo la vitalità sin qui indiziata essenzialmente dalla ‘capanna’ dell’area Scheibler, alla periferia di Pisa, scavata da Stefano Bruni[39]. La prima fase di frequentazione dell’area è ancorata dai materiali restituiti dalle stratificazioni che ne segnano la nascita e la vita tra 560 e 520 a.C. circa, con la ceramica attica (fra cui una kylix a occhioni e frammenti di lip-cups) che si dispone intorno al limite inferiore, e una oinochoe in bucchero con decorazione impressa, attribuibile alle manifatture pisane, al limite superiore[40].
L’unità insediativa che è al cuore dell’abitato è delineata, in questa fase, da una sequenza ellissoidale di alloggiamenti per palo, nel lato meridionale, e di ciottoloni, in quello settentrionale (figg. 19-21); la ricostruzione è sostenuta non solo dalla coerenza delle due serie di elementi struttivi, ma anche dallo spesso strato di argilla concotta che si accumulò al suo interno, ripetendo il profilo delle possibili pareti, e che dovrebbe essersi formato con l’incendio che distrusse l’edificio (US 312: fig. 20). Un focolare subcircolare, ricavato nel suolo di base (US 257), doveva completare la dotazione esterna del complesso, assieme al fornetto (US 259) ricavato poco ad ovest (fig. 19).
Assieme alla possibilità che l’unità insediativa delle Melorie-Fase I debba essere ricostruita come una vasta ‘capanna’ subcircolare, occorre tuttavia valutare l’ipotesi che la struttura altro non fosse che una grande tettoia, diversamente articolata nelle due metà; la serie di pesi da telaio finita nei livelli di vita e di abbandono segnala l’attività tessile che vi si svolgeva, e quindi un’interpretazione dell’edificio come struttura non residenziale, ma meramente produttiva è almeno plausibile. In questo caso l’area ‘residenziale’ di questa fase dell’insediamento si dovrebbe ritenere perduta, o non identificata.
Anche la ‘capanna’ messa in luce, solo in parte, nel 1993 a Fossa 2 della Bonifica di Bientina, nella bassa piana dell’Auser (figg. 1; 6), sembrava invece – al momento dell’edizione e delle successive rivisitazioni – aderire, seppure con variazioni, al modello proposto da Montacchita e Piari (figg. 22-23)[41]: del vestibolo (Area A) innalzato sul piano di campagna, era ancora leggibile buona parte del sistema portante, con i pali in legno ancora conservati (fig. 23); la morfologia quadrangolare dell’unità insediativa centrale, depressa (Area B), era invece ipotizzabile essenzialmente per la sequenza di gradini che vi immettevano dal vestibolo.
L’anfora etrusca di tipo Py 3 B frantumata in situ sul fondo dell’ambiente depresso assieme ad una piccola serie di kyathoi miniaturistici, forse in un rituale di fondazione, ne data la costruzione intorno al 580-570 a.C., e la sequenza di ceramiche che la livellarono progressivamente ne circoscrive la frequentazione nei decenni centrali del VI secolo a.C., restituendo anzi il repertorio più esauriente dei tipi ceramici in uso in questo tratto di Valdarno nella piena maturità della cultura etrusca d’età arcaica di questo territorio[42].
Il bucchero nero soddisfa pressoché tutte le esigenze della mensa, con il vero e proprio servizio – prodotto nella pasta omogeneamente nera o tendente a divenire grigiastra impiegata dalle botteghe pisane – basato sulla coppa carenata (forma 1: figg. 24, 1; 25, 1) e sull’olletta-poculo di vario formato (forma 2: figg. 24, 2; 25, 5), che potevano accogliere e presentare alla mensa cibi o liquidi[43].
La forma profonda, pressoché emisferica (fig. 25, 4) potrebbe piuttosto essere ricondotta alla famiglia dei bacini (forma 4), o – meglio ancora – delle pissidi, confermando l’attendibilità di uno schizzo che conserva i tipi ceramici impiegati come cinerario nella necropoli emersa a San Giovanni al Gatano, nella periferia occidentale di Pisa, nel 1771[44].
A pissidi devono comunque essere riferiti i coperchi di vario formato (figg. 24, 3; 25, 3 e 7), sui quali è più comune che sulle coppe la stampigliatura, ripetuta, di un cerchiello doppio, normalmente in gruppi di tre (figg. 24, 3; 25, 3), o, come nel caso del coperchio, di una serie di ventaglietti, ottenuti con il passaggio di rotelle (fig. 25, 7).
Nel bere, probabilmente anche con una valenza sacrale, come si è detto, erano impiegati anche attingitoi miniaturistici (fig. 26, 7-8).
L’impiego delle stampigliature decorative, con figurazioni animali o vegetali, che connotano questa classe nella fase iniziale di produzione, al momento in cui visse la casa di Fossa 2, intorno alla metà del VI secolo a.C., doveva essere in declino, sostituito dalle semplici e schematiche punzonature circolari[45].
Raffinata ceramica per bere è quella modellata in una depuratissima pasta avana, coperta da una sottile vernice rossastra; sono presenti coppette, con labbro rientrante, o carenate (fig. 25, 8-9). Sono probabilmente l’imitazione locale dei prestigiosi capi verniciati, se non anche provvisti di sistema decorativo, che sul modello greco sono prodotti in ampie parti dell’Etruria nel corso del VI secolo a.C; questa versione potrà essere attribuita a qualche officina ceramica dell’Etruria settentrionale o ancora una volta della stessa Pisa[46].
Le vivaci attività intorno al focolare, o i depositi domestici, in cui si conservavano acqua, vino o altri liquori, cereali e altri prodotti alimentari, sono rispecchiati dalla massa di ceramiche modellate nel robusto impasto con inclusi microclastici[47]: sono grandi e piccole olle, con labbro svasato (figg. 26, 1-4; 27, 1), o rientrante, sottolineato da solcature parallele (fig. 26, 5); questa redazione può essere provvista di manici (fig. 27, 2). Un elementare sistema decorativo, ereditato dalle tradizioni ceramiche del Bronzo Finale e dell’Età del Ferro, è formato da un listello a rilievo, sul quale spicca una bugna.
Alla chiusura delle olle, soprattutto quelle di piccolo e medio formato, è destinato un particolare coperchio, fornito di una presa a maniglia (fig. 26, 6).
Gli impasti con inclusi microclastici prodotti a Pisa e nel suo territorio rispecchiano comunque modelli funzionali comuni in tutta l’Etruria, e, in particolare, nell’Etruria settentrionale. La coerenza del repertorio morfologico di riferimento trova infatti una limpida spia nella presenza a Murlo del tipo di foculo per la presentazione di cibi attestato a Fossa 2: ampio fondo piano, spessa parete obliqua, dotata di manici o ornata da bugne, che si eleva progressivamente sul retro, mentre nella parte anteriore si abbassa con altrettanta progressione sino a lasciare il vaso aperto (figg. 27, 3-4), per favorire l’alimentazione del fuoco che vi era conservato o, piuttosto, dato che gli esemplari di Fossa 2 non recano vistose tracce di fuoco, per poter meglio attingere gli alimenti che venivano presentati alla mensa in questo particolare oggetto.
L’assenza di prodotti importati da ambiti che non siano quello strettamente locale è pressoché completa, così che l’anfora del deposito di fondazione è la sola presente nell’intero complesso; in questo Fossa 2 non si distingue dalla situazione consueta degli insediamenti del VI secolo a. C. della Piana dell’Auser, in cui acquisizioni dal commercio marittimo sono pressoché casuali.
La ceramica documenta anche l’alfabetizzazione di chi viveva a Fossa 2. Al contrassegno alfabetico inciso sul fondo di una coppa di bucchero, si aggiunge la formula di appartenenza graffita con sottili e rapidi tratti sulla parete esterna di una coppa ormai non più di bucchero nero, ma della classe ceramica, grigiastra e con inclusi, che ne eredita le funzioni sul declinare del VI secolo a.C.: mipamu (fig. 25, 2). In questa – da sciogliere in mi pamu («io [sono di] Pamu») – si deve infatti riconoscere il nome (pamu) del titolare della coppa, il primo Etrusco della piana dell’Auser di cui si conosce la formula onomastica – probabilmente unimembre – tracciato con un sistema grafico assai simile a quello presente nei contemporanei graffiti del territorio versiliese[48].
I materiali di Fossa 2 propongono un terminus ante quem per la collocazione cronologica dell’abitato di San Concordio, in cui ritornano pressoché tutti i tipi appena definiti, ma con la tangibile presenza, nel bucchero nero, della coppa carenata caratterizzata, nella tradizione propria della fase iniziale della produzione di questa classe, dalla sequenza di scanalature praticate subito sotto l’esterno del labbro (forma 1, variante A)[49]; se ne potrà proporre dunque una datazione ancora entro la prima metà del VI secolo a.C.
In questi decenni, dunque, si svolge la vicenda narrata dallo scavo (figg. 28-34)[50].
La prima sistemazione antropica dell’area è tracciata dalla glareata US 168 (figg. 28-29), formata accumulando sul suolo di base – limoso-sabbioso, giallastro (US 150) – ghiaia di granulometria medio-fine immersa in una matrice sabbioso-limosa; lo spessore del riporto, mediamente di 10-15 cm, e l’estensione (i lati superstiti sfiorano i 2,5 m) ne indiziano il ruolo di ‘pavimentazione’.
Su lembi della glareata e sull’area circostante si accumula un sedimento antropico ancora a matrice limoso-argillosa, di colore verdastro (US 149), che traccia anche la ristrutturazione dell’abitato.
Subito a sud della glareata 168 viene infatti aperta una fossa a fondo concavo (US 155; fig. 30), sul cui margine, in corrispondenza della glareata ormai obliterata dalla sedimentazione antropica, è tracciata una sequenza di alloggiamenti per palo, del diametro medio di una ventina di cm (US 169 a-c), che sfruttano l’area già consolidata dalla ghiaia – assieme alle buche US 170 a-b – per realizzare almeno una parete di una struttura insediativa, il cui lato meridionale era dunque di circa 2 m. La parete settentrionale potrebbe essere indiziata, all’angolo orientale, dalla buca US 172, in cui il palo ligneo doveva essere rinzeppato anche da ciottoli e frammenti ceramici disposti in posizione verticale. La ‘capanna’, in questo caso, si sarebbe presentata di pianta sub-quadrata, articolata all’interno anche dalla fossa US 153, livellata da terreno argilloso e concotti, pietrame e ciottoli, oltre che da frammenti ceramici esposti al fuoco, che ne denunciano la relazione ad attività di focolare.
Il terreno annerito che colma la fossa subcircolare US 171, ricavata sul lato settentrionale, denuncia la contiguità di ‘aree di fuoco’ che tuttavia dovrebbero piuttosto essere cercate all’esterno della ‘struttura residenziale’, come attestano anche le tre concavità ‘di servizio’ incontrate nel settore occidentale dello scavo: la buca US 165, ellittica in pianta e concava in sezione, con la caratteristica presenza di un ‘gradino’ sul margine orientale, protetto da una glareata assimilabile a US 168 (fig. 31); la fossa US 167, subito ad est della ‘capanna’, ancora ellittica in pianta, dal profilo scandito da un ‘gradino’, divenuta nella fase d’uso che ne precede la definitiva obliterazione – data anche l’evidente contiguità all’area di vita – la discarica in cui finì una massa di ceramiche (fini da mensa e d’impasto), immerse in un terreno grigio-nero caratterizzato dalla prevalenza di carbone e concotti, inglobati in una matrice limosa (US 154; figg. 32-33); infine, a sud della canalizzazione US 155, la buca US 173, la cui prima destinazione potrebbe essere indicata dai ciottoli disposti sul fondo, quella finale dal terreno ancora prevalentemente carbonioso che la livellò (US 174; fig. 34).
La crisi ecologica che segnò la rapida fine del piccolo insediamento – come dimostra la coerenza dei materiali restituiti da tutti i contesti – è attestata, più che dal sedimento argilloso-limoso, alluvionale (US 149) che copre la sequenza di strutture, dai corposi resti vegetali (US 156/1) che obliterano – suggellati da un sedimento limoso-argilloso dalla marcata colorazione bluastra (156) – la fossa US 155, segnalandone la fine in un momento di nuova copertura vegetale dell’area.
In attesa che le indagini paleoambientali, con la ricerca sulle specie vegetali, qualifichino l’ambiente palustre che assorbì i relitti dell’abitato arcaico di San Concordio – la cui vita è sostanzialmente coeva all’arco di uso della necropoli di Via Squaglia[51] – dopo il piccolo tentativo di ‘bonifica’ che sembra indiziato proprio dall’apertura stessa della fossa, si potranno mettere in evidenza le analogie fra Fossa 2 e San Concordio: ‘sistemazione’ e preparazione dell’area di vita o delle sue adiacenze con l’accumulo di ghiaie; strutture residenziali (‘capanne’) di modesta estensione; sequenza di ‘aree di servizio’, che nello scavo si presentano come fosse variamente articolate, all’esterno.
Alla luce del caso di San Concordio, dunque, dovrà almeno essere valutata la possibilità che la profonda depressione che connota il settore orientale dell’insediamento di Fossa 2 (Area B) debba essere interpretata non come componente della ‘struttura residenziale’ – limitata all’Area A, con il contiguo settore pavimentato – ma possa essere ritenuta l’equivalente delle ‘buche di servizio’ esterne alla ‘capanna’ di San Concordio.
Anche questo modello trova un suggestivo precedente nella fase villanoviana del Chiarone (fig. 35)[52]: la serie di pali US 150 è in relazione – come certificano le restituzioni ceramiche – con l’ampia concavità US 203, e con la fossa US 183, gravemente manomessa dalla millenaria sequenza di frequentazione dell’area posta sulla grande ansa dell’Auser (fig. 6).
Alla fase villanoviana, riconducibile ad orizzonti dell’avanzato VIII secolo a.C., segue al Chiarone una rioccupazione collocabile sullo scorcio finale del VII secolo, attestata ancora dalle copiose restituzioni dei contesti che livellano la sequenza di buche US 85-87-91, e, quasi senza soluzione di continuità, un insediamento ancorato ai primi decenni del VI secolo a.C. dalle tipologie del bucchero nero. Continuità di vita e fenomeni alluvionali hanno fatto sopravvivere e reso disponibili all’indagine archeologica solo le concavità: buche di palo (US 105, 108, forse 83); fosse divenute, come a San Concordio, immondezzai (US 75 e 104: fig. 36); una vasta ed articolata buca subcircolare (US 149), che con il ‘gradino’ letto sulla sua parete orientale (fig. 34, particolare in alto) offre un parallelo stringente alla morfologia delle concavità US 165 e 167 di San Concordio. L’ipotesi – formulata già nella prima edizione – che la destinazione funzionale iniziale della fossa US 149 fosse a contenitore di derrate – un vero e proprio silo – continua a conservare un’intrinseca plausibilità, ma è certo che, nell’insieme, negli abitati etruschi del VI secolo che si dispiegano nella Terra dei Quattro Fiumi il ruolo ‘di servizio’ che poteva essere svolto dalle fosse aperte intorno alle strutture insediative vere e proprie era, verosimilmente, assai complesso e articolato; nella lettura stratigrafica si prospetta di esegesi altrettanto difficile, anche perché, di regola, i livellamenti ne certificano solo la fase estrema di vita, quando spesso divengono immondezzai strutturati o, ancor più di frequente, finiscono per essere colmati casualmente dai rifiuti che si formano intorno alle capanne. Anche a Nacqueto, in un’area altamente soggetta ai dilavamenti alluvionali, solo relitto dell’insediamento arcaico erano concavità che hanno restituito un repertorio di ceramiche dei decenni centrali del VI secolo a.C. perfettamente sovrapponibile a quello proposto da Fossa 2 (figg. 37-38)[53].
È alla luce dei casi accumulati in più di venti anni di ricerche programmate o esito di mera attività di tutela fra Valdarno Inferiore, Bassa Valdera, Piana dell’Auser, che potranno essere valutate le sequenze stratigrafiche esplorate sulla riva del fiume Chiecina, quasi alla confluenza con il Fosso della Granchiaia, nell’autunno del 2007. Segnalato dalla passione che Daniela Pagni dedica alla storia del territorio di Marti, scavato con la passione dei volontari (e soprattutto delle volontarie) del Gruppo Archeologico ‘Isidoro Falchi’, e con la professionalità di Monica Baldassarri e delle sue collaboratrici, l’insediamento del Chiecina ricade appieno nella tipologia di abitati perifluviali che caratterizza la Terra dei Quattro Fiumi d’età arcaica, seppure annodandosi, in queste anguste valli parallele, con siti d’altura, in un connubio che attende nuove riflessioni, e, soprattutto, nuove ricerche.
Un pensiero, in conclusione, per Carlo Benvenuti. Ancora nei suoi ultimi giorni, con le risorse che gli davano solo la passione e l’entusiasmo era sullo scavo, a ritrovare i ‘segni’ delle storie sepolte che aveva cercato dalla sua amatissima Palaia, fra Chiecina ed Era. A lui vorremmo dedicare – se ci sono – i frutti di quell’autunno.


[1] Http://eol.jsc.nasa.gov. Un particolare apprezzamento alla NASA per la possibilità di riprodurre le immagini, di elevata qualità, disponibili sul sito, previa citazione della fonte.
[2] Per la storia del fiume, si veda Morelli 1984, con le annotazioni di Ciampoltrini 1998, p. 24; Ciampoltrini – Cosci – Spataro c.d.s, che si riassume ampiamente in questa sede.
[3] Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 15 ss.
[4] Ciampoltrini – Cosci – Spataro c.d.s.
[5] Si veda da ultimo Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2009, pp. 48 ss.
[6] Ciampoltrini – Cosci – Spataro c.d.s.
[7] Ciampoltrini – Cosci – Spataro c.d.s.
[8] Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 12 ss.
[9] Ancora Ciampoltrini 1980, pp. 153 ss.; devo ad Agostino Dani la segnalazione che anche i materiali recuperati dal Gruppo Archeologico di Castelfranco di Sotto in quegli anni nell’area della mensa comunale di Santa Croce sull’Arno, in Via San Tommaso – per la componente d’età ellenistica si veda ora Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 51 ss. – provengono in realtà dagli scavi di Via dei Tavi.
[10] Ciampoltrini 2003, pp. 121 ss.; Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 16 ss.
[11] Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 18 ss.
[12] Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 31 ss.
[13] Cosci – Spataro 2006; Cosci – Spataro 2008; Andreotti – Ciampoltrini – Spataro 2010, pp. 14 ss.
[14] Ciampoltrini 2006, pp. 67 s.
[15] Strabone, V, 5: «[l’Arno] … scende da Arezzo, ricco di acque, non in massa unica, ma diviso in tre rami» ; Cosci – Spataro 2006, pp. 101 ss.; Andreotti – Ciampoltrini – Spataro 2010, pp. 14 ss.
[16] Ancora utilissima la sintesi di Bruni 2005.
[17] Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 23 ss.; per la revisione dell’iscrizione da Podere Trento di Montefoscoli, Maggiani 2009, con la lettura della formula onomastica di vipia herminai; per Montacchita, e per le valutazioni sullo stato della ricerca sino a quel momento, Ciampoltrini – Baldassarri – Bisio 2006; Ciampoltrini – Baldassarri 2006, pp. 17 ss.
[18] Ciampoltrini 1995, p. 64, fig. 4, 1-3.
[19] Ciampoltrini 2007, pp. 70 ss.; Maggiani 2008.
[20] Ciampoltrini 2006, pp. 61 ss.
[21] Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2007, pp. 109 ss.
[22] Ciampoltrini 2007, pp. 19 ss.
[23] Ciampoltrini 2005 a, pp. 35 ss.
[24] Attività di tutela condotta nell’ambito del progetto di costruzione del Nuovo Ospedale di Lucca e della correlata viabilità di accesso; l’opera di documentazione, coordinata da Elisabetta Abela, sotto la direzione scientifica dello scrivente, ha visto lo straordinario impegno – oltre che della stessa Elisabetta Abela – di Serena Cenni, Maila Franceschini, Patrizia Laconi, Silvia Nutini, e delle maestrenze dell’impresa Del Debbio, appaltatrice dei lavori.
[25] Da ultimo Ciampoltrini 2007, pp. 82 ss.
[26] Comodamente accessibile il lavoro di Gray – Harding 2007, con eccellente sintesi di tutti gli aspetti di questa struttura fluviale, anche negli aspetti ecologici.
[27] Per la tipologia, infra, figg. 26-27; 38; Grassini, in questa sede.
[28] Per questa Ciampoltrini 2007, pp. 106 ss.
[29] Ricerche 2010, nel quadro delle attività archeologiche propedeutiche alla costruzione del Nuovo Ospedale, condotte sotto la direzione dello scrivente e affidate alla Cooperativa Archeologia.
[30] Supra, nota 25.
[31] Ciampoltrini 2007, pp. 34 ss.
[32] Scavi condotti con la collaborazione della Polis S.p.A., proprietaria dell’area, e affidati a Elisabetta Abela e Susanna Bianchini, sotto la direzione scientifica dello scrivente, con la collaborazione di Serena Cenni e Maila Franceschini.
[33] Ciampoltrini c.d.s.
[34] Ciampoltrini 2007, pp. 21 ss.; infra, fig. 35.
[35] Ciampoltrini – Baldassarri – Bisio 2006, pp. 67 ss.
[36] Ciampoltrini 2005 b, pp. 14 ss.
[37] Ciampoltrini – Notini 1985, pp. 71 ss.
[38] Ciampoltrini – Catani – Millemaci 2006, pp. 47 ss.
[39] Bruni 1998, pp. 121 s.
[40] Ciampoltrini – Catani – Millemaci 2006, pp. 57 ss.
[41] Ciampoltrini 2007, pp. 54 ss.
[42] Si rinvia per i riferimenti bibliografici a Ciampoltrini 2007, pp. 54 ss., che si ripete ampiamente in questa sede.
[43] Per la distinzione delle forme si fa riferimento alla sintetica tavola dei tipi presentata da Ciampoltrini 1993; per l’analisi delle forme, vedi anche Grassini, in questa sede.
[44] Per questa Ciampoltrini 2003, p. 118, tav. 22.
[45] Rimane, con decorazione stampigliata con la figura di un quadrupede gradiente a sinistra, con coda serpentiforme (cane o leone), solo un frammento di ceramica d’impasto rosso, destinata all’immagazzinamento (Ciampoltrini 2007, p. 60, fig. 41).
[46] Ciampoltrini 2007, p. 63, nota 36.
[47] Per buna presentazione analitica di questa classe ceramica si veda Grassini, in questa sede.
[48] Ciampoltrini 2007, pp. 65 s., con i riferimenti bibliografici.
[49] Per le valutazioni cronologiche, Ciampoltrini – Baldassarri – Bisio 2006, pp. 67 ss.
[50] Si attinge in questa sede alla relazione di scavo di Elisabetta Abela e Susanna Bianchini, con le quali – assieme alle loro collaboratrici – si auspica di poter tempestivamente fornire l’edizione sistematica dell’intero ciclo di ricerche archeologiche nell’area dell’antica Officina del Gas di Lucca, che hanno messo in luce, oltre a quelle di cui si offre in questa sede una prima sintetica presentazione, stratificazioni medievali, le strutture di un bacino portuale d’età moderna, riconducibile al complesso del Porto della Formica, e, soprattutto, ampi settori dell’ottocentesco impianto per la produzione del gas illuminante.
[51] Supra, nota 31.
[52] Supra, nota 34.
[53] Ciampoltrini et alii 2000, pp. 256 ss.; Ciampoltrini – Manfredini – Spataro 2008, pp. 16 ss.

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