La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

venerdì 4 giugno 2010

Le sottili gioie della passione (archeologica), tra Pisa Sicilia Alica




Si fondano sul verde non si sa se di smalto o di vetrina le stupende sequenze di colori che la meravigliosa archeologa del muro ha disegnato da uno scavo che si perde nel cielo azzurro della Valdera di giorni tanto vicini ma perduti per sempre, come molti degli amici di allora, quando tutto si credeva possibile, da quella parte dell'Arno (come dicevano gli scrivani del Vescovo di Lucca).
Le salite al castello, i muri denudati di bianco e di rosso, sotto affreschi cadenti, dal fascino triste della mesta allegria dell'Ottocento: Alica ritrovata, la rocca superiore, il palazzo del vescovo, sogno effimero di un potere sbilanciato ormai, troppo più potente l'armata ghibellina e imperiale di quella parte d'Arno, dove non sempre potevano giungere pedoni e cavalieri della guelfa Firenze a salvare le sorti lucchesi.
Dal sogno irrobustito di severe stratigrafie, dall'anelito alla perfezione dell'archeologa severa (l'archeologo tira un po' via, non ha tempo per le meraviglie della vettorializzazione), all'enigma del coccio fondante, tutto coperto di un verde islamico, forse in terre da cui l'Islam stava partendo dopo secoli di dominio. Si tormenta nella sua ascesi l'archeologia stratigrafa e strutturologa, se porre di qua o di là dal segno fissato dalla cavalcata del 1175 il palazzo che la sua finezza ha colto e disegnato sotto muri che hanno visto le sofferenze di generazioni di mezzadri, la protervia di fattori, la sicurezza assente e distratta di monaci e di possidenti cittadini. Il primo fu il vescovo, a porre un visibile segno del suo dominio quasi al confine della sua diocesi, in terre ricche, conquistate dai Longobardi negli anni dei suoi predecessori di sei secoli prima. Ma quando, prima o dopo la cavalcata? S'impegna l'antico percorritore di Valdera, che ha dovuto aspettare gli anni della senescenza per vedere strati dove da giovane aveva visto solo smosse ceramiche e dilavate sequenze; e ora che c'è riuscito, l'enigma che si concentra sul coccio verde che dà colore e dovrebbe dare anni a smunti impasti che galleggiano nelle misere cucine del Duecento o un po' prima o un po' dopo.
Alica, Alica, il castello ritrovato e letto prima di divenire sede di vacanze, nuova forma del potere e della sofferenza, il demos (forse grasso) che s'appropria dei segni di dominio di un'aristocrazia esangue.
E infine, dovo aver vagato per libri e libri, non troppo perché la stampa urge, la ricerca porta all'antica amica di Pisa, Graziella, la maestra suprema di ogni ceramica venuta da Oriente e Occidente in Toscana negli anni delle Crociate, e anche prima.
Sarà di Sicilia, degli anni del Barbarossa o di Federico II, il coccio verde della scodella con tesa confluente, appena inciso da una rotellatura che lo avvicina (si direbbe in gergo) a opere gelesi, a un raro inserto nelle architetture pisane?
Si teme che l'archeologa stratigrafa e l'archeologo pergamenofilo dovranno rimanere inerti davanti alla domanda atroce: ma le mura bianche e rosse della rocca superiore di Alica, il castello del vescovo, preso dai Pisani e riconsegnato il 1° dicembre 1175, videro o non videro la cavalcata di Ildebrandino console di Pisa e della congrega lucchese?

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