La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

martedì 30 dicembre 2025

Il guerriero dell'Auser, degli anni di Romolo


 


Quanti dubbi, quanti anni fa, su quel groviglio di inconsueti frammenti fittili mirabilmente estratti da Alessandro dal pozzetto del secolo VIII a.C., Lucca Arancio periferia, il nuovo ospedale che stava emergendo con infiniti segni del passato.
E ora è lì, ricomposto in parte, nell'ingresso dell'Ospedale San Luca, Lucca, il singolare coperchio che infine s'illuminò della luce che da Pisa portava l'amica che aveva trovato il grande sepolcreto dell'età del ferro ... non coperchio singolare, ma elmo fittile, come talora facevano gli Etruschi dell'Età del Ferro, o Villanoviani che dir si voglia, anche a Pisa, terra di frontiera.
Terra di frontiera ancor più lungo l'Auser, risalito fin dove sarà poi Lucca venendo da Volterra, dichiara la brocchetta con duplice ansa, solo integro cimelio fra tanti frantumi di decorati biconici, di dolii. Villanoviano di Volterra, fasi scandite da Alexia in opera preziosissima (da tutti i punti di vita). Ma allora ancora le biblioteche eran comode ...
Audaci pionieri che già si erano fermati al Chiarone, ma sempre avanti, saremo intorno al 700 a.C., o un po' prima, a cercare nuove occasioni, per sé, per la loro gens, per la città che stava emergendo, sulla lontana acropoli. Ma anche in contatto con la città vicina, alla confluenza tra Auser e Arno, Pisa.
Quasi cinquant'anni, dai primi frammenti trovati da Agostino Dani e Giuliano Cappelli nell'alveo del Bientina, che stupore un po' prima del 1980. Non molto di più, ma un po' di più se ne sa, la ricerca fa progressi, e qualche volta il caso le sorride.
E certo qualche dubbio sul frammentario coperchio ci sarebbe, giacché della cresta poco rimane, in depositi remoti nello spazio e nel tempo, e poi l'oscuro duplice rigonfiamento alla base ... ma tutto illumina, da Bologna, il nudo bronzetto di guerriero vestito solo di elmo, si dice da Reggio Emilia, o chissà da dove, che il dottissimo Iaia illumina facendone segno della fodera interna.
Perché l'elmo senza fodera è scomodo da portare ...

mercoledì 17 dicembre 2025

Il gallo di Volcascio. Amuleti di Garfagnana, anni anni dopo ...

 

Passano gli anni, e sempre un po' lì si ritorna, mitici fra Ottanta e Novanta, poi certo sì, pieni di ritrovamenti, ma era un'altra cosa ... Volcascio, terre di Garfagnana, forse l'ultimo degli scavi fatti all'antica, appassionati, amici, Guido Rossi, Paolo Notini, e quanti altri nomi, spesso ricordati in nota.

La statuetta, Abundantia, si riteneva e si ritiene, segno pagano di quelli che rallegravano Rutilio nelle sue soste, un passato sempre più difficile da conservare di fronte alle nuove aristocrazie e alla volontà imperiale. E fra non molto represso.

Ma questi sono ancora anni di Rutilio, dichiarano le ceramiche finite nella discarica sul pendio rapido verso il Serchio, ancora c'era spazio per le tradizioni antiche.

E poi, fra cocci infiniti, pentole stravaganti di linee incise, schedate da Paolo una per una, con tenacia, il pendente, pasta vitrea stampigliata.

E tanti anni dopo, finché si può, ancora la curiosità di saperne di più, dell'amuleto venuto dall'Oriente. Qualcosa già allora si sapeva, ma i pdf e le comodità di Google oggi assai di più ne fanno sapere: il corpus del British Museum, come sempre inappuntabile, esauriente, ma poi la terra sul Giordano dà un altro pendente, fresco di scavo, e ad Aquileia altri si aggiungono, intrecciandosi nel pullulare di novità. ignoti gli uni agli altri ... e a Cagliari, e chissà quanti altri

Pochi anni, e la carta di distribuzione si infittisce, pur se ancora non s'aggiunge né Volcascio né Luni, ma si sa, una nota a pie' d'articolo non è detto che venga cercata. Né trovata.

Non importa, quel che importa è che sì, nell'insieme, era corretto porre fra Siria e Palestina la produzione di questi amuleti, con il gallo (pare...) apotropaico, ora assai studiato per l'Egitto tardoantico, capaci di arrivare in tutto l'Impero, produzione quasi industriale per le plebi tardoantiche, cristiane, ebree, pagane. Simboli per tutti. Il commercio non aveva (e non ha) confini.

Anche quando l'Impero era allo stremo, e sempre di più si doveva confidare nei segni indossati.

giovedì 4 dicembre 2025

I segni di Dioniso sui dolia, a colori. Rivedendo antiche immagini del dolio dei Tossii da Fonteblanda...




Giorni per guardare indietro, inevitabile, dopo tanti spesi guardando avanti. E guardare indietro è anche sfogliare le memorie e i dischi rigidi, trovare immagini del tempo delle pellicole convertite in serie numeriche, digitali. Una cartella, "Scansioni", ogni immagine un lampo negli anni Ottanta, primi Novanta al massimo. Una storia da rivivere, ora che il tempo di attendere storie nuove sta svanendo.

Riappare la scheggia di dolio di Fonteblanda, prezioso dono della terra lungo la ferrovia, fitta di macerie di un abitato dei tempi di Roma, letta nelle schede del Corpus Inscriptionum Latinarum, indici e pagine da sfogliare lentamente, non nel vortice del .pdf. Anni più semplici più lenti, ma non è detto. Frutti di lunga maturazione, infine la pubblicazione, in una rivista che oggi non è più, forse anche perché quei tempi non sono più. Chissà. Opus, i doli dei Tossii, storia di una produzione durata un secolo almeno raccontata da stampigliature su bordi di dolia.

E soprattutto, a colori, il tirso, i dolia, che sono tre ma dovevano essere almeno cinque, il kantharos, il trionfo nel segno di Dioniso del maestro vasaio, arte di terra e di fuoco celebrata dall'orgoglio del nome e dalla festa dei segni del Dio del Vino. Si dovette integrare il gentilizio, non la festa, squillante nel kantharos che completa l'opera del dolio.

Molto è stato poi aggiunto, e nuovi segni dei Tossii sono affiorati, e forse indicano che anche lungo il Tevere si lavorava per arredare le celle vinarie della Tarda Repubblica e dell'età di Augusto.

Un piccolo contributo per una lunga catena di ricerca. Anno 1992, dice la data di Opus. Ma anche un po' prima.


 

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