La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico
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martedì 30 dicembre 2025
Il guerriero dell'Auser, degli anni di Romolo
mercoledì 17 dicembre 2025
Il gallo di Volcascio. Amuleti di Garfagnana, anni anni dopo ...
Passano gli anni, e sempre un po' lì si ritorna, mitici fra Ottanta e Novanta, poi certo sì, pieni di ritrovamenti, ma era un'altra cosa ... Volcascio, terre di Garfagnana, forse l'ultimo degli scavi fatti all'antica, appassionati, amici, Guido Rossi, Paolo Notini, e quanti altri nomi, spesso ricordati in nota.
La statuetta, Abundantia, si riteneva e si ritiene, segno pagano di quelli che rallegravano Rutilio nelle sue soste, un passato sempre più difficile da conservare di fronte alle nuove aristocrazie e alla volontà imperiale. E fra non molto represso.
Ma questi sono ancora anni di Rutilio, dichiarano le ceramiche finite nella discarica sul pendio rapido verso il Serchio, ancora c'era spazio per le tradizioni antiche.
E poi, fra cocci infiniti, pentole stravaganti di linee incise, schedate da Paolo una per una, con tenacia, il pendente, pasta vitrea stampigliata.
E tanti anni dopo, finché si può, ancora la curiosità di saperne di più, dell'amuleto venuto dall'Oriente. Qualcosa già allora si sapeva, ma i pdf e le comodità di Google oggi assai di più ne fanno sapere: il corpus del British Museum, come sempre inappuntabile, esauriente, ma poi la terra sul Giordano dà un altro pendente, fresco di scavo, e ad Aquileia altri si aggiungono, intrecciandosi nel pullulare di novità. ignoti gli uni agli altri ... e a Cagliari, e chissà quanti altri.
Pochi anni, e la carta di distribuzione si infittisce, pur se ancora non s'aggiunge né Volcascio né Luni, ma si sa, una nota a pie' d'articolo non è detto che venga cercata. Né trovata.
Non importa, quel che importa è che sì, nell'insieme, era corretto porre fra Siria e Palestina la produzione di questi amuleti, con il gallo (pare...) apotropaico, ora assai studiato per l'Egitto tardoantico, capaci di arrivare in tutto l'Impero, produzione quasi industriale per le plebi tardoantiche, cristiane, ebree, pagane. Simboli per tutti. Il commercio non aveva (e non ha) confini.
Anche quando l'Impero era allo stremo, e sempre di più si doveva confidare nei segni indossati.
giovedì 4 dicembre 2025
I segni di Dioniso sui dolia, a colori. Rivedendo antiche immagini del dolio dei Tossii da Fonteblanda...
Riappare la scheggia di dolio di Fonteblanda, prezioso dono della terra lungo la ferrovia, fitta di macerie di un abitato dei tempi di Roma, letta nelle schede del Corpus Inscriptionum Latinarum, indici e pagine da sfogliare lentamente, non nel vortice del .pdf. Anni più semplici più lenti, ma non è detto. Frutti di lunga maturazione, infine la pubblicazione, in una rivista che oggi non è più, forse anche perché quei tempi non sono più. Chissà. Opus, i doli dei Tossii, storia di una produzione durata un secolo almeno raccontata da stampigliature su bordi di dolia.
E soprattutto, a colori, il tirso, i dolia, che sono tre ma dovevano essere almeno cinque, il kantharos, il trionfo nel segno di Dioniso del maestro vasaio, arte di terra e di fuoco celebrata dall'orgoglio del nome e dalla festa dei segni del Dio del Vino. Si dovette integrare il gentilizio, non la festa, squillante nel kantharos che completa l'opera del dolio.
Molto è stato poi aggiunto, e nuovi segni dei Tossii sono affiorati, e forse indicano che anche lungo il Tevere si lavorava per arredare le celle vinarie della Tarda Repubblica e dell'età di Augusto.
Un piccolo contributo per una lunga catena di ricerca. Anno 1992, dice la data di Opus. Ma anche un po' prima.




