La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

giovedì 28 aprile 2011

'l tempo si rinuova. I gigli dell'Auser, un anno dopo






Le tems revient, dicevasi nella Firenze del Quattrocento, con il volto triste di un Rinascimento che voleva esser lieto dell'oggi e di giovinezza, e sentiva piuttosto l'imminente morte, nei sorrisi tristi delle dame del Ghirlandaio e di Benozzo e del Lippi. Perché quando 'l tempo si rinuova si sente che non per tutti, non per sempre si rinuova.
Due anni di immagini e suoni incisi nel volubile flusso dei bit, duecento e più messaggi in bottiglia, lanciati per ritrovamenti più inverosimili di quelli dell'archeologo di stato, che cerca segni dell'antico e trova ordini di servizio, orari di arrivo e di partenza, più che strati superiori e livelli inferiori, a dialogare con i loro ospiti e i colori delle terre per fare storia e ritrovare il presente nel passato. In un'epoca di misurazioni, di performances, di rapporti tra e fra, occorrerebbe l'atroce ironia dei commentatori tacitei dell'ultima performance di Augusto, per sceverare il senso del potere e delle cose negli innumeri consolati, nei trionfi, nel rapporto legionari morti/terre conquistate, e valutare se la sicurezza del Reno valeva la pena delle deportazioni dei Salassi.
E dunque l'archeologo che leggeva Tacito, e cercava di capire il teatro di Lucca con le asciuttezze di Tacito, non starà a celebrare le millanta visite, seppur ne gongoli, e del trionfo di Priapo che ne ha celebrato qualche pagina per qualche giorno ... picchi di performance, nel segno di Priapo.
E dunque per i due anni di post, come si dice, piuttosto, di nuovo gli effimeri gigli gialli nutriti dalle acque figlie dell'Auser, offerti alle Ninfe e dalle Ninfe di una terra che celebra 'l tempo che si rinuova, rinnovando gialle punte pronte a aprirsi per qualche ora, un giorno forse. E bulbi che fra un anno, al sentire le acque d'inverno intiepidirsi al sole e ai venti d'aprile, dichiareranno che 'l tempo si rinuova.

sabato 23 aprile 2011

Il Trionfo del Tau, nei giorni della Croce (i Due Libri di Altopascio)


Sono i giorni del Tau, questi, della crux patibularis divenuta logo stupendo di Altopascio per otto e forse nove secoli di storia, inciso, a rilievo, a colori, solo o con le armi di chi se ne faceva scudo, Capponi Grifoni Medici, ritornato infine a campire d'arancio il tondo del piatto per il pane fra le foglie, foglie dipinte e foglie vere, la sorpresa finale per chi si preparava la zuppa di magro, erbe di campo, un po' di fave, chissà, orzo e farro: zuppe di prestigio, oggi, dei miseri una volta. E grazie ad Arturo (Biondi), che ci ha salvato dagli abissi i piatti con il Tau e i piatti con gli Arlecchini, festose e colorose immagini della Toscana grassa e triste degli ultimi Medici, divisi fra le devozioni a San Pietro d'Alcantara e gli arrosti.
Ci raccontano la storia del Tau, e di chi visse alla sua ombra, amici in un volume solido di scienza e dottrina, luminoso di note e di apparati, la storia che appena un mese fa si era narrata dai segni della terra, dai muri impastati nell'argilla del suolo scelto per l'hospitale del secolo XI, di Sant'Egidio San Cristoforo Sant'Iacopo.
Uomini visti in pergamene ed iscrizioni, libri di carta e mattoni legati da malte sempre diverse ed uguali, alternati a quarziti dei Monti Pisani (ci dice Paolo), uomini riflessi nelle immagini delle prime fotografie e nei piatti finiti oltre le mura, che Arturo, maestro dei piatti antichi e presenti, ci ha salvato: ed è tutta storia, di uomini che sono anche in noi (per chi lo vuol sapere).

giovedì 21 aprile 2011

La croce del guerriero: concludendo un viaggio archeologico nella città di San Frediano





Giulio Ciampoltrini

L’itinerario archeologico proposto da venti e più anni di scavi urbani si chiude con la rilettura di un ritrovamento ottocentesco che è ancora essenziale, come le pagine di Gregorio sul miracolo di San Frediano, e quelle di Agathias sull’assedio del 553, per intravvedere almeno le ombre della città che sopravviveva fra le rovine del mondo romano.
Solo per faticosa congettura si potrebbero cogliere relitti della città del VI e VII secolo nelle strutture in ciottoli che comunque preludono alla nascita di una tecnica costruttiva che dominerà l’Alto Medioevo; tuttavia, l’attività di spoliazione che traspare in Via San Giorgio non poteva avere per scopo solo il recupero di materiale per apprestare tombe come quelle del Galli Tassi, o di Piazza del Suffragio, ritrovamento 1859. La produzione di apparati scultorei ecclesiastici indica che ancora si innovava nelle dotazioni di una città alla quale comunque la Lucca tardorepubblicana e della prima età imperiale offriva mura turrite, ruderi dei monumenti pubblici, resti di domus fra i quali scavare pozzi e recuperare cisterne per attività artigianali, adattare aree di vita e ritagliare tombe.
Come nella narrazione del miracolo di San Frediano e nelle trattative di Narsete, i ‘Lucchesi’ sono nell’evidenza archeologica una massa pressoché indistinta, fino a che non arriveranno i Longobardi a proporre, nelle scansioni etniche tracciate per meno di un secolo dai diversi costumi funerari e nei diversi toni delle dotazioni funebri l’immagine di una società complessa ed articolata, in cui il favore della corte regia, l’apertura agli scambi diplomatici o agli intrighi, offrono straordinarie occasioni di manifestare il proprio status con splendidi oggetti suntuari. Il dux Taso, con le sue brighe tra la corte di Pavia e l’esarca di Ravenna, sullo sfondo di una Tuscia in cui doveva certamente avere un ruolo particolare Lucca, è un esempio inquietante, alla scala superiore della struttura sociale, di chi doveva apprezzare la donazione di uno scudo o di un elmo dalla corte regia, di una preziosa cintura dall’Impero. Ma anche fra i Romani, nella distinzione fra le semplici fosse del sepolcreto del Cortile Carrara o di Via Sant’Anastasio e le accurate tombe del Galli Tassi, con la defunta ornata dall’ago crinale dorato, sembra di discernere la complessità del corpo sociale che a Lucca faceva sopravvivere le strutture amministrative cittadine, non solo per soddisfare le esigenze del fisco e delle guerre, ma anche per proporre recuperi di terre allagate o allagabili, trattare con i conquistatori di turno le condizioni della sua sopravvivenza.
Un’ombra, ancora indistinta, di questa società è, infine, nella testimonianza dei contesti ceramici del VI e VII secolo, scanditi dalle ceramiche e delle lucerne che vengono dall’Africa, talora per essere imitate, che attestano consumi e traffici dei nuclei insediativi che si dispongono fra i ‘frantumi’ della città romana, ripetendo il modello tardoantico. Sono comunità che fino alle soglie del VII secolo partecipano ai traffici mediterranei, attente soprattutto a merci particolari, come quelle distribuite con i piccoli spatheia dall’Africa, o agli ultimi manufatti di sigillata africana, assurti al rango di oggetti di pregio in mense alle quali possono essere proposte, al limite superiore della scala sociale, le suppellettili metalliche e all’inferiore le ceramiche rese vivaci da qualche pennellata di vernice rossa. È da Pisa e dalle reti d’acqua ancora proposte dall’Auser che lambisce Lucca questo esile flusso di merci, integrato dai beni alimentari africani, orientali, dell’Italia meridionale, almeno finché le rotte che portano dall’Africa a Roma troveranno l’ultimo terminale nelle milizie imperiali di guardia alle fortificazioni della Liguria bizantina. Si direbbe, anzi, che proprio dalla seconda metà del VI secolo, con l’intreccio di soldatesche bizantine e bande di Goti o di Franchi prima, e i Longobardi poi, questi traffici abbiano preso una consistenza capace di lasciare traccia archeologica: il magister militum Bono, rimasto a presidio di Lucca dopo la consegna a Narsete, o il comes Funso potevano beneficiare dei rifornimenti imperiali, potenziando, sia pure indirettamente, la vitalità della rete itineraria; la domanda di beni suntuari da parte dei Longobardi, d’altro canto, si rivolge anche alle botteghe di Roma. Per queste vie si propagano, plausibilmente, anche i modelli ceramici che apparentano Lucca all’antica capitale ancora nei primi decenni del VII secolo, per ridursi poi all’austero e ‘regionale’ repertorio morfologico dei secoli centrali del Medioevo: la storia del bacino con beccuccio versatoio è un indice affascinante della circolazione dei modelli culturali agli albori del secolo VII.
Infine, se è solo un’ipotesi che l’edilizia in ciottoli dei secoli centrali del Medioevo abbia precedenti già fra VI e VII secolo, è difficile sottrarsi alla suggestione che nei sepolcreti che almeno dallo scorcio finale del VI secolo segnano la più vistosa rottura con l’assetto urbano tardoantico – erede della tradizione giuridica e rituale del mondo romano nella scansione degli spazi dei vivi, intramuranei, e degli spazi dei morti, guidati dalle fondazioni ecclesiastiche all’esterno delle porte – disponendosi dentro e fuori le mura, si debbano riconoscere i prodromi delle fondazioni ecclesiastiche private che segneranno la vita cittadina del secolo VIII, con una fervente adesione ai modelli della società cattolica che ritrova temi e modi della società rispecchiata dai testi di Gregorio Magno. I casi di San Salvatore e di San Bartolomeo prope Silice corroborano la suggestione che il sepolcreto di Piazza del Suffragio, davanti alla chiesa di Santa Giulia, in cui si fece seppellire l’aristocratico longobardo fosse collegato ad un edificio di culto dedicato appunto alla santa della Corsica, conosciuta nelle avventure sul mare dei Lucchesi e dei Pisani, Longobardi – e forse anche Romani. Soggetti ‘bizantini’ per la sua cintura, iconografie ‘bizantine’ per il suo scudo, sepoltura in uno spazio che segna la fine di un elemento nodale della città tardoantica: davanti a Santa Giulia un vir magnificus – un titolo ‘bizantino’ – poteva concludere la sua vicenda terrena dichiarando in maniera esemplare tratti innovativi e elementi conservativi della sua società e della sua città.
Anni di transizione, dunque, anche nell’evidenza archeologica di un itinerario fra tombe e discariche, quelli ‘di San Frediano’ e dei suoi successori, anni in cui si forma, dalla convivenza e dall’osmosi fra Romani e Longobardi, la vivace società lucchese del secolo VIII, nucleo fondante della futura città comunale.

lunedì 18 aprile 2011

La valle del vino etrusco, gli Etruschi delle vie d'acqua




Giorni del VI secolo avanti Cristo, questi di una primavera dirompente d'acqua nei fiumi e di vento nel cielo, e ai Quattro Fiumi dell'Etruria di confine si aggiunge il quinto degli amati fiumi etruschi dell'archeologo Senzanome, l'Albegna.
La Terra del Vino Etrusco, con le vie lumeggiate da tumuli che guidano al mare da cui si vede il Giglio, e splendono oggi di sicomori, celebra con mestizia stagionale la ritrovata coerenza di tombe e fattorie, porti fabbri produttori di anfore; dalla tomba che vigila sul fiume dove suona sui sassi, l'Albegna lento e trionfante nella foce infinitamente amata nei tramonti di giorni come questi, era l'anno '85, fino al mare, alla plateia e alle (sic) stenopoi di Fonteblanda, l'approdo protetto dalla laguna e dalla quinta di colline, sove si saliva al tramonto d'autunno per cercare l'ultimo sole. Si fa festa a Scansano, per gli Etruschi del Vino, e per la Valle del Vino Etrusco, con amici che amano il Morellino e il cinghiale, connubio degno degli Etruschi e degli eredi del loro territorio, dove le lambruscaie danno al vino di Elino il sapore dei secoli perduti.
Gli anni di Creso e di Pisistrato, di Talete e di Servio Tullio, del cratere François e di Exekias, la guerra per Alalia, Focesi e pentecontere, tutti insieme, rivissuti in una tomba magicamente tarocca e veridica, a Scansano, nata dalle pietre di Poggio Marcuccio, dalla fantasia dell'archeologo e dell'architetto, dalla plastica Made in China, spaventosamente simile al vero. Le Muse di Esiodo avrebbero amato l'ingannevole mostra, capace di dir cose vere con suoni fasulli (o viceversa).
E giorni del VI secolo anche nella Terra dei Quattro Fiumi, dove si prepara la festa per i frammenti chiamati ognuno, da un'archeologa appassionata tanto da non seguire il filo dei trattini nelle note (compito del vecchio archeologo maniaco, attento all'altrui e distratto sul suo), a narrare storie di filatura e di schiacciatine fatte alla piastra. E torna, per un attimo, in una foto in campo lungo, su un suolo che solo all'archeologo sa narrar del passato, l'ombra di Carlo, dalla Terra di Là alla Terra Amata del Chiecina, dove si congiunge al sottile scorrere del Fosso dei Granchi.

giovedì 14 aprile 2011

Il sogno apuano



Si riempie sempre di stupore chi attraversa le gole della Turrite che è oggi Edron, quando su un lago che rispecchia il cielo al candor delle nuvole s'aggiunge il candore dei monti di marmo e di neve. Altre terre, per chi è tormentato da strade senza fine, certo meno ardue della Vandelli e dei sentieri dei Liguri Apuani, ma certo sfiancanti più di quando, ventisei anni prima, la 127 portava ogni giorno l'archeologo di pianura al fresco ardore del ripiano su cui chissà se duemilaseicento o duemilacinquecento anni prima Etruschi venuti dal mare o dalla valle distillavano pece, o chissà che altro.
Il Sacro Cerchio della Fanciulla di Vagli, rispettato forse anche negli anni della guerra di sopravvivenza e di sterminio, con la lama di marmo che taglia il cielo entro un poligono che vorrebbe essere cerchio, con il suo fascino ambiguo è al margine dell'immagine regalata da un amico carissimo, dopo trent'anni, con la neve e il marmo che si sarebbero fusi alle nuvole, se solo nuvole avessero festeggiato la luce di quel giorno forse più felice dell'oggi per chi ne colse l'incanto.
Dovrà tornare, la Fanciulla di Vagli, fra i suoi eredi che eredi non sono, ma vorrebbero esserlo, e lo sono perché figli della stessa montagna, delle stesse rustiche fatiche. Dovrà, si spera, si vorrebbe, si auspica; qualcuno anche fa.

sabato 9 aprile 2011

Silvio e i taralli della Murella



Meravigliosi progressi della tecnologia, inusitati negli anni remoti quando occorrevano ore e ore per ammirar le terre di Garfagnana mentre svelavano i loro misteri: la nera pasta di Piari, forse pece, gli intrecci di muri del Monte Pisone e delle Carbonaie, storie di Apuani prima delle guerre.
Volano sul cellulare gli enigmatici e sobri resoconti di Paolo, giungono sul web le immagini di Silvio, che scava all'antica, per quadrati, in tagli rigorosi ormai diluiti negli spazi aperti che filano via sul caos, talvolta.
Buca e buca, di palo e di BOB (Bonifica Ordigni Bellici), concavità una dietro l'altra, depressioni come quelle della vita, sicure e incomprensibili, dopo il mare ordinato di ciottoli, mentre per una settimana l'asfalto si ferma, pietoso o da altre Sirene attratto, per lasciare le ultime gioie allo scavo della Murella.
E gli Etruschi che risalirono l'Auser per risalire i monti, scorgere da Pradarena e da San Pellegrino (e chissà quali Dei vigilavano allora sui passi che ora sentono sciogliere le ultime nevi) l'Eridano e le Alpi, sorridono ai due scavatori antichi e sempregiovani, ai loro minuziosi quadrati, al trillare di mestole che non sono trowels, gladi che affrontano una battaglia di pace. Regalano al loro impegno un quadrangolo di taralli, segno enigmatico che si aggiunge agli altri infiniti che il terrazzo sull'Esarulo propone.

domenica 3 aprile 2011

La festa e le pietre. Tra Altopascio e Castelnuovo, la solitudine dell'archeologo antico







Gran festa ad Altopascio, ai primi d'aprile, per il libro, per i pellegrini, per le dolci promesse del futuro; ed è bello, mentre si concludono vent'anni di fatica in centoquarantaquattro pagine, però a colori, e con il fior di gioventù a rischiarare gli anni del nuovo millennio, attendere il nuovo fior di gioventù, per nuovi scavi, e nuova luce sulle storie sepolte. Segni dell'Auser svelati e finiti, consumati nella festa, per attendere nuovi segni.
Mancano alla festa amici, assenti per scelta o per dovere, e Paolo forse è lieto di sottrarsi all'enfasi che il suo remoto compagno di fatiche, sui monti di San Romano che guardano le Panie, e l'altra Pania han dietro, e nei pantani di Lucca o sui ritrovati dossi dell'Auser, rovescia in giorni in cui le antiche lezioni di retorica, anni del liceo, con qualche eco di Tacito e Sallustio, vengono rifrullate, con convinzione variamente convincente.
Urge il cronoprogramma, nel diluvio di ciottoli della Murella, fra segni oscuri di buche discettati per telefono, ora che il cellulare non dà tregua neppur là dove la domenica solo scroscia l'Esarulo, e Paolo asseconda lietamente il cronoprogramma e il primo solo di primavera in Garfagnana, per eludere la festa, e celebrare l'altra festa, delle terra e della storia, delle terre rese nere dall'uomo e scivolate in conche e buche, di palo di dolio, di Diosaccosa.
L'inglese moneta di Altopascio, di cui l'amico del Milani scoprì la natura nella carta del Pelli, cento anni dopo, cento anni dopo conclude le pagine dell'Altopascio, tradotta dal maestro di Udine e Pavia in penny del Duecento. E poi discetta di muri, siccome è d'uopo ai tecnici giorni nostri, Sara, e Consuelo segue antiche storie di ricerche sui segni graffiti e colorati nei piatti del Cinquecento.
Carte imbiancate del Settecento, lette e rilette ogni cent'anni, immagini di voglia del domani, e gli antichi archeologi che fan festa sfuggendo la festa.

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