La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

mercoledì 29 marzo 2023

... le parole che non potevi sentire



 Dormivi, dormivi quasi sempre negli ultimi mesi, il sonno che prepara alla fine, almeno non sentivi più il mal di testa che ti tormentava da anni. Qualche risveglio, per dire che volevi morire, che era una vergogna arrivare a novantasei anni. Risvegli rapidi, per cercare di nuovo la quiete del letargo. E poi gli ultimi respiri, la conclusione.

Già da un po’ non raccontavi più le tue storie, sempre più remote man mano che i giorni d’inverno strappavano le ultime pagine del libro della tua vita. E tu lo sentivi, anche se solo un po’… Un po’, ti piaceva l’espressione ormai, bisognava accontentarsi, in tutto, da quando neppure ti affacciavi alla finestra.

Per riviverle, negli ultimi pomeriggi accanto a te, per non lasciarti sola quando la badante usciva per respirare un po’, ho riaperto gli album delle nostre fotografie. Ordinate da te quando pensavi di essere al punto d’arrivo, molti anni fa, e invece ancora molte immagini si sarebbero aggiunte, le nostre feste a Villa delle Mimose, fino ai tuoi novant’anni, prima che le scale di casa ti separassero dal resto del mondo. E a te non dispiaceva troppo, non era più il tuo mondo, ultima ormai della generazione tua. Fotografie distribuite secondo l’ordine tuo, il mio sarebbe stato diverso, ma i condizionamenti professionali dell’archeologo non sono quelli del cuore, i tuoi.

L’album di babbo, le sue storie di gioventù, militare nel ’32, con l’uniforme del ’15-‘18, ma erano passati davvero pochi anni. E poi le cartoline mandate dall’Etiopia, epica, più che di battaglie, per le marce e i paesaggi esotici, di terre e di uomini, nella pienezza della gioventù accanto alla stazione radio, tempo di allegrie da far sapere a casa, mamma babbo fratelli di certo preoccupati. La divisione Gavinana e il passaggio del Mareb, raccontato con ironia, come lui sapeva fare. E di nuovo la guerra, per gli specialisti un precoce richiamo, ai confini con la Jugoslavia e poi oltre, anni a Zagabria, luogo tranquillo. Tanti racconti di cinquant’anni fa, mentre andavamo a Montecatini o a Chianciano a ritrovare i suoi compagni d’armi, qualcuno aveva fatto carriera.

E poi l’album del tuo amore. Il reduce ritornato dalla prigionia, che ti vede e s’innamora subito. Storia da film di quegli anni, il 1946, ma storia vera. L’amore di guerra sepolto, per entrambi, e avanti, per costruire una nuova vita come Castelfranco si stava ricostruendo dopo i quaranta giorni di fronte. Qualche fotografia con dedica, la passione di una diciannovenne, folgorante, nella stagione che ultima era rimasta nelle tue memorie.

L’amore corrisposto, e condiviso con Renato e Maria Luisa, nella festa della neve del ’47, e con Ezilda, che presto vi avrebbe lasciato, una perdita tragica e folgorante, al far dell’autunno di quell’anno, in un giorno di pioggia che ti avrebbe segnato la vita. Per poi scoprire, quando sua madre andò a ritrovarla nella tomba, ed era il 1984, che era morta per una caduta a cui nessuno aveva fatto caso.

Il matrimonio, austero e con poche immagini, il 14 agosto 1948, il viaggio di nozze, un giorno a Genova, quante volte lo hai rivissuto con noi.

Poche immagini per tanti anni, nessuna per gli anni più cupi della guerra, babbo fatto prigioniero a Zagabria l’8 settembre, un viaggio da incubo nell’Europa in guerra fino ai lager di Germania, la dura vita dell’internato, la fame, poi la cosiddetta liberazione e il sequestro da parte dei Francesi. I liberatori; babbo non aveva odio, ma per i Francesi sì. E io l’ho ereditato. Non solo questo. Infine il ritorno, un giorno particolare, festa del patrono a Castelfranco, 18 novembre 1945.

E nessuna immagine anche della tua gioventù. Troppo poveri per questo lusso, o forse tu volevi dimenticare quegli anni, anche se ce li facevi rivivere con passione e nostalgia. Nonna Emilia a spezzarsi la schiena a spigolare e a raccogliere erba per i conigli, e anch’io me la ricordo piegata a intrecciare vimini per le ceste delle damigiane, aveva sessant’anni scarsi ed era curva; nonno Beppe a cercare qualche lavoro, e il modo di uscire dalle angustie della vita con un bicchiere. Miseria vissuta con i fratelli, Dino e Romilda, in paese, dopo che diverbi fra fratelli mezzadri e loro mogli vi avevano fatto partire dal podere di Comana, della signora che ti aveva dato il nome vero – Bruna – mai usato, perché tutti ti chiamavano Rina. Era il 1930, e qualche lampo di quegli anni affiorava ancora, fino al giorno che ti cambiò la vita, a undici anni, a lavorare per gli scarponi militari, fra la povertà di casa e le feste del Regime, unica occasione di evasione, e la vacanza sulla spiaggia dell’Arno. Nessuna immagine, se non i colori del tuo racconto, anche per il ritorno a Comana, sfollati, nella vacanza obbligata dell’estate del ’44. Schivare le bombe nelle fosse e raccogliere frutta con i cugini, ritornati alla casa dove i Lazzeri erano arrivati ai primi dell’Ottocento da Cerreto Guidi, come ho appreso da poco, sito Antenati del ministero, a qualche cosa serve. Quasi una vacanza, tu che di vacanze ne hai sempre fatte poche.

E poi, voluto con amore, il «bel bambino», come lo chiamavi tu, quando lo rivedevi come in sogno e ormai non eri più sicura che fossi io. «Un bel bambino», un’infanzia remota, tu e il babbo a lavorare, sempre, tagliar tomaie e scrivere atti di stato civile, qualche vacanza al mare, Emilio e Maggina, che se ne sono andati così presto, e le cugine, Vecla, Daniela, Liviana, e zio Guido e zia Giulia, che in me e in Daniela un po’ ritrovavano Ezilda perduta. Zio Guido e la bottega di falegname, zia Giulia a lavorar di maglia sulla strada, anche di loro nessuna immagine se non della memoria.E zio Guido morto d’infarto, era il ’64, la fine dell’infanzia.

Altri album, assai più fitti, per gli anni Sessanta e Settanta.

Ma sono le immagini degli anni di guerra e d’amore quelle che dobbiamo rivivere, ora che hai ritrovato babbo nella tomba, come avevi deciso.

Due mesi dopo, il 27 marzo 2023.

Giulio

venerdì 24 marzo 2023

Colorare gli unicorni. Ritorno a San Concordio ...






 
È facile restituire il colore alla croce di San Concordio, gloria dell'Alto Medioevo lucchese, si direbbe della seconda metà del secolo VIII,  Un viaggio sulla rete, fino a Bamberga, le meraviglie dipinte a Montecassino più o meno negli stessi anni a gloria delle pagine di Cassiodoro, e il verde e il rosso e il giallo sono pronti ...

Più arduo il compito per il leone e l'unicorno ... occorre guardare per terra nelle chiese verso Oriente, muovendo da Heraclea Lyncestis fino a Hadrianopolis di Paflagonia, scavi recenti, narrati in turco ma le figure sono a colori. Ma è un cozzante toro ad affrontare il leone, non il timido unicorno, che solo dalla vergine si fa avvicinare. Qualche secolo dopo ...

E l'archeologo un po' vecchio, che pure di unicorni ha scritto, si sorprende a sospettare che l'unicorno degli anni di Desiderio Re dei Longobardi e poi di Carlo Re dei Longobardi e infine Imperatore altro non sia che un toro venuto dalle terre dei Romani, visto un po' di profilo.

 






giovedì 23 febbraio 2023

Il mercante di seta




Aveva ragione davvero, il sommo Ugo Monneret de Villard, anzi, un po' di più, perché solo un mercante di sete poteva volere nella chiesa cui dava il suo nome, una Eigenkirche firmata nella pietra, un'anatra dal bel fiocco e con qualcosa nel becco, come quella che un po' prima, ma neppure troppo, il gran funzionario della Sogdiana con carriera in Cina aveva voluto nel suo sarcofago.

A Napoli dalla Sogdiana, come la seta finita all'asta di Sotheby's, chi lo sa da dove arrivata ...

E poi, se Kampoulos non era mercante di seta, poco importa. L'anatra dal bel fiocco e con qualcosa nel becco basta per far seguire Willibald con la nave egiziana, arrivata a Napoli, fino a Gerusalemme, anni Venti del secolo VIII. Per il resto, affidarsi ai mercanti siriaci che commerciavano in sete e diffondevano il Vangelo. Secondo le idee di Nestore. Un mondo perduto.  

 

sabato 18 febbraio 2023

I cancelli del cielo. Da Cantignano a Napoli, e oltre...

 





Un sabato mesto, e si ritorna indietro di anni, quasi quattro, a Cantignano nella Badia, una festa di studio e di gente, con un parroco bravo e appassionato ... E lì, dopo averli tanto esplorati in immagine, rivederli, i pilastrini, campionario della fine del VII secolo, esibizione di bottega del maestro lucchese di quegli anni e dei primi del secolo seguente, anche se quasi nessuno ci crede. Ma l'importante è esserne convinti ...
Immagini con la luce perfetta, per i cerchi, le foglie, le croci, geometrie risvegliate da sonno secolare con lo scalpello di un marmorario che firmava con il rombo concentrico, foglie divenute rombi come la O 'popolare' delle iscrizioni d'Italia e di Spagna.
E ancora si ritorna, perché spiando dietro i cancelli del cielo, a Sant'Aspreno di Napoli, qualcosa di simile occhieggia nelle fotografie ministeriali, cerchi tangenti che vorrebbero essere fiori, paffuti di ombre, distinti da ghirigori non molto chiari; fratelli o fratellastri, con l'altro che è a Sant'Eufemia di Spoleto. Tradotto in essenziale geometria dal maestro di Lucca, che sul marmo imitava il legno. O chissà.
Itali maestri risorti dalle macerie dei barbari ...
Maestri che vedevano lontano, perché i cancelli del cielo di Sant'Aspreno incorniciano paesaggi di Paradiso, gli stessi che il califfo omayyade vedeva guardando in alto nel deserto di Giordania, e chi poteva nei pavimenti di Antiochia. Oltre che sulle sete, ma quello si sa ...
Sant'Aspreno, la dedica di Campulo e Costantina, dice il Guillou del secolo VIII, con il punto interrogativo, e lo direbbe anche il cielo in una stanza di Qusayr Amra, del califfo che amava miti e belle donne.

sabato 28 gennaio 2023

Le stagioni di Rina








Anche i libri più belli hanno un’ultima pagina, qualche volta anche pagine bianche. E poi la copertina, e si chiude.

Tu le hai vissute tutte, anche le bianche, riempite un po’ di ricordi e un po’ di sogni. E poi, un giorno di gennaio, quando intravvedevi i tuoi novantasei anni, e proprio non avevi nessuna voglia di festeggiarli, lo hai chiuso, il libro delle tue stagioni, settant’anni di storie condivise, venticinque raccontate, le stagioni vissute tutte. Tempi generosi, contraccambiati con generosità.

La primavera nei campi di Comana, terra mitica nel ricordo, il nome vero, Bruna, voluto per la padrona, il nome della vita, Rina, scelto dal babbo, dei mezzadri venuti centovent’anni prima da Cerreto Guidi, i Lazzeri. E poi la fuga dal podere, la vita del bracciante, e della miseria per tutta la famiglia. Con l’allegria della miseria, raccontavi dopo esserne uscita, le feste degli anni Trenta, il mare trovato sull’Arno, e a undici anni in fabbrica. Anche quella una festa, il primo salario. E poi la guerra, le bombe, in una campagna che raccontavi senza conoscere le arti del romanzo. Mitica Comana del ’44, nel tuo racconto. E poi l’amore vero, per il fascinoso reduce. Un matrimonio povero, un giorno a Genova per il viaggio di nozze, ma la vita riprende dopo la guerra e si è in due, una soffitta che diventa un regno. Così raccontavi la tua casa, settantacinque anni sulla piazzetta, ma con il sole che fino all’ultimo ti ha rasserenato. Almeno un po', come dicevi tu. Un po'. Bastava.

Con lui l’estate, tanto lavoro, a tagliare tomaie e smazzare pelli, qualche festa e un po’ di povertà, ma senza rimpianti. Per chi aveva vissuto la miseria, la povertà era già un bel progresso. E c’era vita intorno a voi, intorno a noi, perché era arrivato il figlio. Un’estate lunga, gli anni Cinquanta e poi Sessanta.

E i temporali alla fine dell’estate, come usava allora. Il figlio era cresciuto, faceva studi un po’ strani, archeologia. Ma era il figlio, il senso vero della tua vita, e ancor di più quando nella casa di Castelfranco rimanesti sola, e s’era già fatto autunno.

Lungo l’autunno, sempre più faticosa la vita, solo qualche giorno luminoso fra tanti cupi e nel cader di foglie. Ma le domeniche condivise per trent’anni e più giustificavano tutto. Di domenica in domenica, e qualche sosta di ritorno da Lucca; anzi, molte. Quanta attesa per qualche attimo diverso, per dare un senso al resto. Ma si sa, la vita è fatta di attese, molte deluse, ma non tutte.

E infine l’inverno, dopo qualche allegria di Villa delle Mimose. Gelido, ma con il tempo ancora di qualche sorriso, prima che le pagine stampate poco a poco diventassero bianche.

E ora qui, nel silenzio, a rivivere le tue stagioni, condivise o raccontate.

sabato 21 gennaio 2023

Andar per ruderi ... la fine delle Rocche Tonde




Si giunge al Po e si va oltre, cercando dietro Madonne e Santi le storie dei castelli di Garfagnana ... comodo, su Google Arts, arrivi fino al fondo dello sfondo, come mai si potrebbe fare in musei o nella Camera Picta di Mantova.

E certo saranno metafore i castelli dei pittori veneti o del Mantegna, il Vecchio e il Nuovo Testamento, troppo facile ... chissà cos'altro i dotti avranno capito delle ruderose Rocche Tonde che svettano al Louvre dietro la Madonna di Cima da Conegliano, e nel fulgore della National Gallery per commentare l'Adorazione dei Magi del Bellini.

Castelli abbandonati, sgretolati, come il morente Medioevo, per signorili fortezze che sanno di palazzi del Rinascimento.

A' tempi del Mantegna si restauravano, o si facevano ancora ... vent'anni e poco più e il mondo è cambiato. 

sabato 14 gennaio 2023

Il volo del cigno








 Il cigno di Arezzo, visto venendo da Lucca, seguendo il festone dell'augustale Constans, quanti anni fa ... ma spesso ritorna, e sugli aerei fili della rete ancor meglio trova oggi i suoi anni. Le dedica al Genio della Decuria, gli anni un po' di Tiberio e forse anche di Claudio, per arrivare a Magonza e rassicurarsi. Sì il Petronius Asellio di Magonza, divinamente studiato da Devijver, morto negli anni di Augusto, non può che essere il padre del marito di Ciartia Procula, cavalieri di Arezzo aspiranti senatori, la generazione successiva, con il loro bel monumento funerario, tumulo circolare nella piana di Arretium.

E con il cigno si arriva a Fiesole, al teatro e ai suoi ornamenti, gli eroti che giocano con il cigno, segno augusteo un po' evoluto, ma così vicino ai cigni di Arles, trionfo della celebrazione augustea, si sarebbe detto un giorno. Ma questo si dice ancora.

Una storia di celebrazione imperiale, allora, o di pura passione d'amore, il cigno che sa essere segno di Apollo, per celebrare l'imperatore fondatore, ma anche segno del signore degli Dei, per amare Leda.

Chissà, tutto è forse in quell'oggetto singolare che il cigno arreca, laccio scrisse l'antico Gori, laccio d'amore, o ghirlanda, ma sempre d'amore.

O chissà cos'altro ...


Lettori fissi