La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

lunedì 16 aprile 2018

La bilancia di Augusto (BANNA-Schälchen im Ausertal). Ovvero: la bilancia della fattucchiera


Nulla si butta, anche se servono più di trent'anni e una navigazione improvvida nella rete per illuminare il mistero a lungo coccolato dei piattelli stampigliati del Bottaccio, ager di Lucca, genio di Augusto, tutti più giovani, anni Ottanta del secolo scorso.
Tanto occorre perché disvelino lor storie i piattelli della bilancia giunta dal Reno sull'Auser, I secolo d.C., di certo, un po' prima no, un po' dopo forse, officina di BANNA, gallico nome per manufatti chiariti da ritrovamenti dove il Reno nasce, o quasi, nei Grigioni. BANNA-Schälchen, i 'piattelli di Banna', per bilancine di precisione, da misurare sostanze di vita o di morte. Da spacciatori, si direbbe oggi, per i più composti da preparazioni farmaceutiche sperimentate dai legionari nelle fredde giornate di guarnigione, o per sanare i tagli delle germaniche spade.
Ma Augusto insinua di fattucchiere che, alla moda celebrata da Tibullo e Properzio e Ovidio, si infrattavano fra le erbe palustri dell'Auser, per trarne, celate ad occhi indiscreti e malamente curiosi, le pozioni d'amore, i veleni di morte o chissà. Le erbe di Medea, tritate fresche fresche. Certo celate, perché il luogo era derelitto, fra le canne del fiume, chissà.
Sarebbe piaciuta a Petronio, l'invenzione di Augusto.

domenica 18 marzo 2018

Il cavallino di Daniela (la protome della Granchiaia)




A Este, una mattina di primavera, le storie delle comunità semiurbane o paraurbane sul fiume perduto, un po' di sentore dell'Auser e dei contadini etruschi e romani, solo un po', ora che il fiume domestico si rigenera anche con le acque delle Apuane e dell'Appennino.
E appare in una vetrina il rhyton a protome equina, anni dei bicchieri di Aco dichiara il cartello, e certo molto dell'ellenismo che nacque dal sontuoso modello achemenide, il bere dei Traci, rammentando i loro cavalli, e i rhyta attici.
E appare Daniela, con il suo enigmatico cavallino della Granchiaia, terra dei molti misteri. È quello, è quello si direbbe, e certo le protomi bardate dell'Adige ritrovano quella del Chiecina, passando per l'oro dei Traci e dei Persiani, le ceramiche attiche e apule.
Chissà se è così. Certo sembra. Certo sarebbe piaciuto a Daniela, che con il cavallo bardato vola chissà dove. E a Daniela si dedica l'immagine che ritorna dalla terra dei cavalieri veneti.

lunedì 26 febbraio 2018

Il canto libero della Montagna e del suo Popolo


In un mondo che
Non ci vuole più
Il mio canto libero sei tu
E l'immensità
Si apre intorno a noi
...
La città e il suo Duca non ci vogliono più, ma la Montagna e il suo Popolo, le sue storie cominciate nei castagneti trentasette anni fa, forse ancora sì.
E incerti se far tacere il canto, o continuarlo, libero, si prova a continuare.
Proposte per il Museo Archeologico del Territorio, parole ironiche.
Ma l'immensità si apre intorno a noi, da Monteperpoli guardando le innevate Panie.

venerdì 12 gennaio 2018

Cinquecento, trentasette e l'inverno dell'Ottantuno (la Capannuccia nel Pantano di Orentano)




Cinquecentopost, dice statistica, spalmati in anni quasi nove, trentasette anni nel ministero, cambiando dieci volte il nome ma sempre lo stesso anzi peggio. E via numerando, piacerebbe a Alberto Angela e a chi del numero si fe' vanto (ricordiamo i Longobardi cui fu prodezza il numero, oggi che van tanto di moda come i Fenici un dì). Vale più un verso del Manzoni di una mostra, direbbesi se non ci fosse il rischio della Volpe&Uva, rimugina l'archeologo scippato del Vir Magnificus di Lucca dopo aver letto il suo divoto pensiero.

E quindi, in giorni di memorie, sfinate da pioviggini invernali, giacché è il dì natale di uno dei compagni di quell'avventura remota, più dei photoshoppati tramonti di Xperia valgono le flebili diapositive del dicembre 1981, appena anni trentasei, con Silvio Lorenzini e gli altri, figure in un orizzonte di nebbia e nuvole. La Capannuccia nel Pantano a Ponte Gini, smontata alla vigilia del Natale, due saggi, sotto a scavare fango cocci pietre, i primi segni degli Etruschi del secolo IV e un po' anche del III.
Obblivion si stende, direbbe il Manzoni, e di suo manto avvolge, se la lavagnetta e il gesso non memorassero il Ventidue Dicembre dell'anno Millenovecento e Ottantuno. Nuovi orizzonti, cultura, musei, scavi, pubblicazioni, conferenze, Studi Etruschi, MuseodiLucca e poi di Orentano. Sogni di un inverno annegato nell'estate franceschiniana.

mercoledì 3 gennaio 2018

Nostos: la spiaggia degli Argonauti


Il sole del mezzogiorno traccia sul mare la via alla spiaggia degli Argonauti, dove giunse Telamon e al pozzo qualche scambio ebbe con una Tyrò dell'Età del Bronzo.
Il nostos dell'archeologo è certo meno arduo, viaggia nel tempo, rammenta i trenta anni dacché e i venti da quando sulle smosse zolle della Puntata apparvero i segni e poi le memorie ordinate in isonomiche dimore degli Etruschi di Fonteblanda, il vino le anfore i mercanti d'oriente il ferro il pozzo i disastri ecologici l'abbandono.
Il Giglio a dividere le rotte, l'andata e il ritorno, prora rivolta al castello che fu senese o alla possente torre che fu dei Re di Spagna. Uno scoglio inquietante, esaltato dal sole appena filtrato. Lì apparve Glauco, chissà, a profetare dalle onde.
E poi le ombre già lunghe richiamano alle vie di terra.

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