La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico
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giovedì 28 settembre 2017
Nostalgie di lagune (le terme della Litoranea, venticinque anni dopo)
Si trasformano in tiff o jpeg le immagini stampate con colori un po' ingialliti, mancava la correzione del bianco. Si caricano di colori dimenticati le acque delle lagune vive e sepolte, disseccate, e solo voli di passione fanno riconoscere, oltre la parete in reticolato che dichiara gli anni di Traiano o Adriano, il filo della duna, il mare, l'acqua appena mossa dal vento del tramonto, quando si sosta nella mansio, e prima un bel bagno, ai piedi della città ormai stanca, vicini quel che basta al portus Cosanus.
La Strada Provinciale del Chiarone, gli anni Novanta, mausolei, porti, le terme della mansio che forse vide l'imperatore che certo la volle, forse il procuratore dei suoi beni, e altre fantasie.
Scavi appena accennati, il filo della pianta, forse meglio così, per le nostalgie di tanti anni dopo.
lunedì 28 agosto 2017
I colori di San Biagio e l'erbose rovine
I colori di San Biagio, erbose rovine, un po' monteverdiane (l'edera che verdeggia / ad onta anco del verno / d'un bel smeraldo eterno, / se non s'appoggia perde / fra l'erbose rovine il suo bel verde), ritrovati trasformando pellicole in .jpg, e ora non più erbose rovine, ma verde con rovine, chissà.
Luci di giorni d'inverno di tanti anni fa, scritti in un'estate di venticinque, aspettando chissà, fra laterizi antonini e pietre di riuso, di un Medioevo non si sa.
Il fascino di San Biagio, rovina divenuta erba, nelle luci di una stagione antica. Sognata, difficile allora, irripetibile, forse.
giovedì 3 agosto 2017
Le Onde e i Fiori per l'ultimo scomparto del Polittico di San Francesco di Lucca
Cinque scomparti per il Polittico del San Francesco di Lucca, dalla fondazione alla fine. E il quinto, nel quinto anno dal primo, con le Onde e i Fiori.
Le onde e i fiori sono il filo d’Arianna
che guida l’archeologo nel secolo neoclassico – un secolo ‘breve’, dal 1750 al
1830 circa – di Lucca: le onde in nero dei piatti, delle scodelle e dei tegami
di Albisola detti a ‘macchie nere’ (tâches noires) – macchie che sono
onde – e le onde in blu puntinate di nero delle maioliche di Empoli e Doccia; i
fiori policromi, tardobarocchi, delle maioliche di Montelupo, i fiori rococò
delle maioliche settecentesche e quelli neoclassici delle composizioni
elaborate dai Ginori per un mercato più ampio di quello che poteva accedere
alle loro porcellane; infine gli apparati floreali sulle terraglie inglesi a
decalcomania, transferware, dal sentore quasi romantico.
Il viaggio nella città degli ultimi
decenni della Repubblica – della sua aristocrazia e dei ceti popolari – e poi ducale,
termina alle soglie del Risorgimento, che per Lucca quasi coincide con l’esaurimento
di una storia secolare di autonomia o di indipendenza, ormai priva di senso
nell’Europa degli stati nazionali. Anche l’archeologo percepisce nelle
associazioni stratigrafiche il mutare dei tempi, con il primo impulso alla ‘globalizzazione’
che si avverte alla metà del Settecento per l’inopinato successo della triste
produzione a tâches noires, con colori cupi e decorazioni sciatte che
sconfiggono la vivace policromia – quasi informale – dell’ultima tradizione
delle graffite di Toscana, e infine si coglie progressivamente, dopo la
Restaurazione, nell’affermazione delle manifatture inglesi e di quelle italiane
che le emulano. La terraglia decorata a transferware porta sulle mense
la Rivoluzione Industriale, trionfando poco dopo la metà dell’Ottocento.
Modelli culturali propagati con forza –
quasi imposti – dalla potenza della comunicazione, nuove reti commerciali,
competizione crescente sui mercati: anche le ceramiche dei contesti lucchesi
del Settecento e dei primi dell’Ottocento aggiungono voci, seppur flebili, dal
sottosuolo, a questi temi di ricerca, perché forse per i vasai di Albisola la
chiave del successo non era solo nel prezzo, ma anche nel rendere accessibili a
tutte le tavole le forme della maiolica e della terraglia – a loro volta emule
di quelle d’argento o di porcellana – altrimenti esclusive delle fasce sociali
superiori; oltre che, naturalmente, nell’efficacia crescente di una rete
commerciale e di trasporti che – come dimostra con la vivacità dei relitti il
carico del Grand Congloué 4, naufragato sulle coste di Provenza – riusciva a
dare respiro anche alle estreme produzioni di maiolica di Montelupo. In questi
orizzonti ormai ‘internazionali’ pentole, tegami, scaldini tuttavia raccontano
storie di una tradizione di ‘piccole imprese’ che resiste al mercato globale in
formazione: i vasai ‘locali’ cercano spazio – in qualche caso con successo – in
produzioni come i fioriti di coppini, gli scaldini prodotti a Lucca
intorno al 1815, decorati di applicazioni plastiche – ovviamente fiori. Anche
in questa ‘nicchia di mercato’ è possibile cogliere i segni dell’apertura al
nuovo: al volgere del secolo appaiono, accanto alle pentole e ai tegami della
tradizione tardorinascimentale, le marmitte e le casseruole che domineranno con
la produzione industriale della seconda metà del secolo.
Dal San Francesco partì il viaggio
archeologico nella città neoclassica, con le prime indagini sui contesti dallo
scavo degli Orti, fra 2004 e 2005 (Ciampoltrini, Spataro 2005). Qui, e nelle
volte della Casa del Boia – la ‘Casa del Maestro di Giustizia’ – livellate
anche con frammenti ceramici che trovano nella data di rifacimento dell’edificio
(1826) un prezioso terminus ante quem in cronologia assoluta, si chiude.
Il conforto che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha dato alla ricerca
archeologica in questi due monumenti, mentre li portava a nuova vita e
rigenerava un quartiere della città, è stato risolutivo per condurre le ricerche
con serenità; dapprima sul cantiere, grazie alla disponibilità di Franco Mungai
e dei suoi collaboratori dell’Ufficio Tecnico – in primo luogo Marco Lucchesi e
Angelo Paladini – poi nelle esigenze dello studio, per discernere le trame
degli strati nei colori dei materiali che vi erano finiti. Il sostegno
finanziario assicurato con continuità dal Presidente Arturo Lattanzi e dall’intero
Consiglio di Amministrazione ha permesso che Consuelo Spataro potesse rendere
disponibili allo studio e alla presentazione scientifica e museale la massa dei
reperti accumulati, operando a Porcari nel laboratorio che l’impegno congiunto
dell’Amministrazione Comunale, con il Sindaco Alberto Baccini e il Consigliere
Delegato Angelo Fornaciari, e della Soprintendenza, ha trasformato per anni in
polmone della ricerca archeologica nella città e nella Piana.
Per ritornare al San Francesco e
definire i contorni dell’ombra che proiettano nella terra le sue tormentate
vicende in questo secolo, breve di anni ma concitato, con la soppressione
baciocchiana, la trasformazione in ospizio degl’invalidi, il ritorno dei
frati con la Restaurazione, la nuova soppressione con il Regno d’Italia, è
sembrato indispensabile girovagare per la città, rileggendo storie dell’archeologia
di questi anni talora già edite, come per l’anfiteatro per le corse dei cavalli
sul Prato del Marchese (Abela et alii 2013), talora edite solo in parte,
come per le genesi di Piazza Napoleone (Abela, Bianchini 2001). Soprattutto, si
sono rivisitati gli scavi di trent’anni di archeologia di tutela, per
recuperare sistematicamente stratificazioni di questi decenni, note sole da
qualche anticipazione (Ciampoltrini 2008 a; Ciampoltrini, Spataro 2015 b). La
massa dei materiali scaricata nelle cantine fra la fine del Settecento e i
primi dell’Ottocento è stata così scandita in una griglia cronologica che
consente di seguire decennio per decennio l’evolversi di tipologie e di reti
produttive e commerciali.
Come già accaduto per il Medioevo (Passo
di Gentucca 2014) e per gli anni dell’Autunno del Medioevo (Ciampoltrini
2017), la ‘storia archeologica’ del San Francesco fra Sette- ed Ottocento viene
dunque letta in contrappunto a quella della città, di cui spesso è stata
specchio fedele – così come, ci si augura, nella storia a lieto fine dei
restauri voluti dalla Fondazione.
Con questo capitolo si conclude una
ricerca che – presentata in libri e quaderni (Passo di Gentucca 2014;
Ciampoltrini 2017; Bianco conventuale 2013; Ciampoltrini, Spataro 2016) –
ha impegnato chi scrive per cinque anni, nei quali le riflessioni sull’archeologia
del San Francesco (e sulla storia della comunità che vi viveva) sono state come
lama di luce in un tramonto cupo e nuvoloso, perché all’inevitabile stanchezza
si è aggiunta l’amara sensazione di progressivo inaridimento dell’interesse
dell’opinione pubblica per la ricerca archeologica in tutti i suoi aspetti –
nonostante le celebrazioni della public archaeology – cui certo ha
contribuito il disorientamento generato dal susseguirsi di riforme imposte dall’alto;
non necessariamente con spirito illuministico.
Tuttavia, per rispondere alla fiducia
della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, per rispetto delle fatiche sullo
scavo di Elisabetta Abela, Sara Alberigi, Bianca Balducci, Susanna Bianchini,
Serena Cenni, Maila Franceschini, Elena Genovesi, Alessandro Giannoni, Irene
Monacci, Silvia Nutini, Kizzy Rovella, delle maestranze dell’impresa Giunta
Sauro, e in laboratorio di Consuelo Spataro, era ineludibile l’impegno a
stendere queste pagine.
Più che in altre, vi si avvertirà la
stanchezza. Ma sono tempi di stanchezza.
Giulio Ciampoltrini
lunedì 10 luglio 2017
Amici antichi e recenti: epigrafia latina nel territorio di Capannori (amore e morte, fatiche e successi)
Per chi il 7 era altrove.
Il
piccolo nucleo di iscrizioni recuperato nel corso di quattro secoli dal
territorio di Capannori offre preziose testimonianze sulla società romana della
Piana di Lucca, in particolare nel corso del I secolo d.C.
Il
frammento di una stele con cornice architettonica, decorata dalle insegne delle
magistrature municipali (il tipico sgabello, detto sella curilis, e i fasci littori), emersa nel 1696 a Capannori,
venne immediatamente trasferito a Lucca nel Palazzo Pretorio, perché
evidentemente ritenuto cimelio delle origini romane della città. Le
caratteristiche del rilievo la fanno datare nella seconda metà del I secolo
d.C.
Anche
altre iscrizioni hanno avuto una storia non meno tormentata e spesso sono state
salvate solo dal reimpiego. Questo è il caso del monumento funerario di cui
sopravvive solo un frammento, murato in facciata della Chiesa di San Rocco a
Capannori. Le poche parole leggibili lo fanno riferire ad un’iscrizione
funeraria, databile entro gli ultimi decenni del I secolo a.C. in base ai caratteri
grafici e alla rarissima particolarità dell’indicazione della vocale lunga (a) con una doppia a, in caaro.
Venne
rimaneggiata per il reimpiego come mensa d’altare nella Badia di Cantignano
l’iscrizione che i genitori Achelous
e Heorte – probabilmente due schiavi,
come indica la mancata indicazione della gens
di appartenenza – posero sulla tomba della figlia Nymphe, con un testo poetico in cui la bambina si rivolge al
viandante ricordando di essere morta quando ancora non aveva sei anni e la
necessità di accettare al volere del Fato. L’iscrizione fu recuperata dal
Ridolfi ed è oggi al Museo Nazionale di Villa Guinigi.
È
invece affissa alla parete esterna della chiesa di Marlia la lastra apposta sul
monumento funerario fatto costruire dal liberto Caius Vagilius Eros per sé e per altre cinque pesone con lo stesso
gentilizio, forse colliberti della stessa persona, oppure membri della sua
famiglia.
Anche
queste due iscrizioni risalgono probabilmente al I secolo d.C.
Della
fine dello stesso secolo è il monumento già conservato nella Badia di Sesto a
Castelvecchio di Compito, decorato nella parte superiore da una corona
pendente, e nel riquadro inferiore da una serie di oggetti resi a rilievo: le
insegne delle magistrature municipali (come per l’iscrizione ritrovata nel
Seicento); una serie di oggetti che potrebbero indicare l’attività
‘professionale’ della famiglia, come la navicella e l’ascia per la lavorazione
del legno, oppure avere carattere simbolico, allusivo al mondo femminile (il
dittico aperto; il pettine; il secchiello). Nella prima età romana, infatti, è
pratica ampiamente conosciuta qualla di dichiarare la professione del defunto
riproducendo sul monumento funerario gli strumenti del suo lavoro; nel caso di
tombe femminili la figurazione di oggetti di ornamento personale è
particolarmente attestata nella Versilia e nel territorio di Luni.
La
presenza di oggetti peculiari del mondo femminile e di quello professionale è
coerente con la dedica della stele. Il testo, infatti, dichiara che questa fu
posta da una donna – Laronia Secunda
– sulla tomba che accoglieva il fratello Lucius
Laronius Rufus e il figlio Aulus
Curius Sacerdos, e in cui sarebbe stata poi sepolta anche lei, assieme ai
suoi discendenti. Il testo, infine, indica le dimensioni dello spazio
sepolcrale contrassegnato dal monumento (quindici piedi, circa 4,5 metri), nel
quale sarebbero stati deposti gli avanzi del rogo funebre; in quest’epoca,
infatti, la pratica dell’incinerazione era esclusiva, come documenta le
necropoli scavata al Frizzone, in cui le inumazioni non compaiono prima
dell’avanzato II secolo d.C.
È
dunque possibile che la figurazione della barca rammenti le attività di fabri navales (o comunque di carpentieri
del legno) grazie alle quali i Laronii
e i Curii avevano avuto la possibilità
di raggiungere il livello economico indispensabile per conseguire la
magistratura municipale – il sevirato, un collegio sacerdotale dedito al culto
imperiale – celebrata dalla sella curulis
e dai fasci littori. Il conseguimento delle magistrature cittadine, infatti,
comportava notevoli esborsi finanziari, per opere pubbliche o per la
celebrazione di giochi. In particolare, la carica di sevir era la sola raggiungibile dai liberti, che quindi si
impegnavano allo spasimo per ottenerla, come segno tangibile del loro successo
sociale.
L’iscrizione
della Badia di Sesto potrebbe avere avuto una lunga storia. Emerse negli anni
Cinquanta del Novecento nel parco della stessa Badia, e fu affissa alle pareti
della fattoria, fino a che, nel 2004, nel quadro del Progetto delle Cento
Fattorie, fu acquistata e trasferita a Porcari. È possibile, tuttavia, che
fosse già stata vista nel Rinascimento. Lo studioso tedesco Wilhelm Kurze,
infatti, ha ipotizzato che fra’ Benigno, che compilò nel Cinquecento una
fantasiosa storia della fondazione dell’Abbazia di Sesto, abbia ricavato il
nome di uno dei personaggi che compaiono in questa storia (Sesto Laboino)
proprio da un fraintendimento o da una alterazione del nome del Laronio,
malamente letto su questa iscrizione, che diveniva di conseguenza prova
documentale della storia dell’Abbazia.
mercoledì 28 giugno 2017
Cartoline dalla Terra dell'Auser
Altre dovrebbero essere le cartoline, ma l'ombra cupa dell'Etrusco in fuga, in una notte di fiamme, pur se chi l'ha immaginata ad altro pensava, ben si addice alle Notti dell'Archeologia.
Veio è presa, dieci anni di assedio e alla fine Furio ha vinto.
Chissà.
In criptico pensiero, politically correct, una lapide tombale per una notte che è pomeriggio.
domenica 21 maggio 2017
Il giorno di Varramista e dei Maestri dell'Argilla, dodici anni dopo
Quando i giorni sono lunghi, in maggio (citando il trovatore e il suo amor lontano), v'ha tempo per riandar negli anni, e ripetersi. D'altronde le commemorazioni, i giorni del ricordo, sono fatti per ripetersi ...
E ora che gli anni sono dodici, il giorno di Varramista, 21 maggio 2005, i Maestri dell'Argilla, giovani e meno giovani e qualcuno maturo, musei soprintendenze università, architetture e ceramiche, interdisciplinarità, eccetera eccetera, speranze e conforto di raggiunte mete.
Riflettere sulle luci di maggio a Varramista, ora che il maggio è tornato, benché questa volta i gigli gialli che si specchiano nell'acqua siano meno turgidi e fitti, è inevitabile.
E concludere che il maggio di Varramista oggi è divenuto un novembre pieno.
martedì 16 maggio 2017
Elogi funebri (sotto forma di saluti agli epigrafisti dell'Etruria riuniti a convegno)
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Quando chi scrive intervenne all’apertura del Convegno,
il 23 ottobre 2015, per portare i saluti del Soprintendente, sintetizzare l’attività
svolta negli ultimi decenni dall’istituzione che stava rappresentando,
rassicurare sul futuro impegno per la tutela ma anche nel concorso alla
valorizzazione del patrimonio epigrafico d’età romana della Toscana, certo
non immaginava che di lì a poco la Soprintendenza da ultimo denominata Archeologia
della Toscana sarebbe stata dissolta in quattro sezioni di altrettante
istituzioni pluriprovinciali, preposte alla tutela ‘olistica’ – come
dichiarano i fautori dell’innovazione - del patrimonio culturale, e che le
parole da affidare alle pagine degli atti avrebbero dovuto prendere piuttosto
i toni dell’epicedio.
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Mentre si stendono queste righe, in effetti (fine
febbraio 2016), si è in attesa della pubblicazione formale del decreto
ministeriale che pone fine a più di un secolo di vita dell’istituzione che a
Firenze aveva ereditato il ruolo degli antiquari granducali del Settecento e
della prima metà dell’ottocento, e che grazie all’intimo, intrinseco rapporto
fra museo e ‘attività di tutela’ aveva condotto, negli anni Venti del Novecento,
all’akme della ‘valorizzazione’ del patrimonio epigrafico raccolto in
età medicea e lorenese.
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L’impegno profuso dal Soprintendente Antonio Minto per
presentarlo nella Terrazza delle iscrizioni, appositamente realizzata sopra
il lunghissimo corridoio che ospitava il Museo Topografico, apriva, negli
articolati spazi del Museo Archeologico di Firenze, un dialogo a più voci fra
la Terrazza stessa, il retrostante Corridoio, detto delle Anfore, ma che
assieme a queste accoglieva anche urne etrusche e romane, il Giardino, in cui
statue, rilievi, iscrizioni si alternavano con le ricostruite tombe etrusche.
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Nei severi anni Settanta del Novecento la costruzione
del Minto - come molto del suo pensiero - poteva apparire attardata in cifre
antiquariali, ma consentiva almeno un’esauriente leggibilità di un patrimonio
epigrafico che si apriva sul mondo romano dall’Urbe e dall’Etruria sino all’Africa
e all’Oriente - con le iscrizioni greche - ed era specchio ancora efficace
dalla vastità degli interessi collezionistici d’età granducale.
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Il dramma dell’alluvione del novembre 1966 aveva reso
critica la stabilità del complesso, e quando, per volontà ed impegno del
Soprintendente Francesco Nicosia, si pose mano al drastico rinnovamento del
Museo, la sorte del lapidario granducale, nella veste ‘tagliata’ dal Minto,
era segnata. Nei progetti museali degli anni Ottanta, fortemente condizionati
da una oggi svanita centralità dell’archeologia d’età etrusca, le collezioni
epigrafiche d’età romana non erano certo al centro dell’interesse.
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Tuttavia, il sacrificio della Terrazza e la
trasformazione del Corridoio potevano avere una motivazione: con una
tempestività che allora non era avvertita, ma oggi sembra irraggiungibile, già
nel 1985 gli spazi dell’antico Topografico, esaltati dalla luce e dilatati
nel progetto di Bruno Pacciani, erano agibili per la mostra centrale (Civiltà
degli Etruschi) dell’Anno degli Etruschi, e all’inizio del
decennio successivo (1993) vi si poteva progettare e infine allestire un
percorso espositivo che preludeva, nell’intenzione di chi lo aveva allestito,
alla palingenesi del Museo Topografico.
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Effimere illusioni, se già nel 1997 lo si smantellava in
attesa di nuovi e più strutturati progetti, ora affidati al Polo Museale
della Toscana, nella cui competenza i musei archeologici sono transitati o
stanno transitando con il susseguirsi di rimodulazioni dell’organigramma
ministeriale. Al Polo è deputata, di conseguenza, anche la responsabilità di
restituire la luce al patrimonio epigrafico mediceo e d’età lorenese
acquisito dal Museo Archeologico grazie al sogno di Antonio Minto, e
confinato ai depositi, seppure dopo un’attenta opera di restauro e catalogazione,
che ne ha reso possibile l’estesa presentazione nei Supplementa Italica.
Imagines. Supplementi fotografici ai volumi italiani del CIL.
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Isolate, seppure talora brillanti, erano le iniziative
di valorizzazione del patrimonio epigrafico del museo fiorentino: si può
segnalare l’esposizione degli Elogia Arretina, nel 2000, voluta dalla
passione di Anna Rastrelli e della compianta Antonella Romualdi, che avrebbe
dato prova del suo interesse per la componente epigrafica delle collezioni
granducali nell’intensa attività di curatela delle ‘antichità’ degli Uffizi.
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Decisamente più sistematica la campagna di catalogazione
del patrimonio epigrafico del territorio, fruttuosa soprattutto per le
collezioni private fiorentine (ancora un progetto voluto e realizzato da
Antonella Romualdi), e la puntuale attività di tutela formale delle
iscrizioni emerse dal sottosuolo o, talora, da luoghi di conservazione
rimasti inaccessibili. non solo per indulgenza autobiografica, si deve
segnalare il caso del monumento funerario dei Titii fiorentini (CIL,
XI 1614), riconosciuto nel 2005, dopo un più che secolare oblio, prontamente
tutelato - e proposto all’attenzione degli studi.
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Nel frattempo, tuttavia, con la capillare presenza sul
territorio che ne ha caratterizzato costantemente l’attività - nonostante la ‘sede
unica’ in Firenze - la Soprintendenza concorreva affinché i musei del
territorio, rinnovati o ampliati fra gli anni novanta e i primi del
millennio, dessero adeguato spazio al patrimonio epigrafico, non più nella
forma di lapidario, ma come segmento dell’itinerario archeologico nella
storia del territorio in età romana. Ne sono testimoni, ad esempio, il Museo
Archeologico e d’Arte della Maremma, in Grosseto, con l’organica
prseentazione dei complessi epigrafici della valle dell’Albegna, fra i quali
spicca la Tabula Hebana, e di Roselle - questi contemporaneamente
editi da Stefano Conti nei Supplementa Italica - o, in misura minore,
la sezione archeologica del Museo nazionale di Villa Guinigi in Lucca.
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Dalla catalogazione e dalla presenza sul territorio
scaturisce il contributo che la Soprintendenza ha dato al progresso del
progetto EdR, o a lavori monumentali come quello che hanno appena consegnato
alle stampe Emanuela Paribeni e Simonetta Segenni sulle Notae
lapicidinarum del territorio di Carrara, esempio eccellente del connubio
fra ‘tutela’, ‘ricerca’, ‘valorizzazione’. Sono questi termini che oggi si
vorrebbe scindere in competenze diverse, quando sembrano, piuttosto, solo
definire momenti distinti del processo di conoscenza che nelle giornate del
convegno fiorentino dell’ottobre 2015 si è manifestato in riflessioni sull’attività
svolta e, come è nella natura della scienza, in spunti per nuove indagini.
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La sostanziale estinzione di organici progetti di
ricerca, quale quello dispiegato, non senza mende, ma proficuamente, a
Roselle - per rimanere nella Toscana - compromette la disponibilità di
nuovi materiali epigrafici, ma la crescente conoscenza della rete di
insediamenti e di traffici pone, a chi voglia indagare il mondo antico nella
sua completezza (un’indagine ‘olistica’), nuove occasioni di rileggere
iscrizioni note da secoli, come nelle giornate del Convegno si è dimostrato.
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