La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

sabato 3 gennaio 2026

Vaneggiar di clarissimae e di pesci. Rileggendo antiche pagine sull'Etruria settentrionale in età severiana, per gli anni della resilienza

 





Trenta e più anni, ritrovarsi in pagine generate dall'illuminazione serale della lettura di Erodiano, riconquista di terre desolate disposta da Pertinace e proiettata sugli strati del Chiarone freschi di scavo. E tentare di innervarvi le dediche di Luni all'infelice Plautilla, e i mosaici di Volterra, e le stele estreme di famiglie militari di Chiusi. L'Etruria settentrionale d'età severiana, trenta o quaranta anni fra II e III secolo, inquietante sirena per chi aveva navigato il tranquillo mare dei due secoli precedenti, e anche quello burrascoso ma con orizzonti chiari dei due successivi.
E questa, invece, 180 fino al 250, arrotondiamo, una sequenza astrusa, difficile, seppur non priva di senso se si partiva dalle acque di Giglio Porto, con il relitto di anfore africane appena sviscerate, certe di cronologia e di significato, e poi non molto oltre, lungo la costa, e di quegli anni, si trovava la dedica alla misteriosa, RHI in legatura, pare, clarissima puella della casa che per un attimo fu imperiale, Pupienia Cethegilla, ora anch'essa sviscerata da poderosi saggi e leggibile nel nitore dell'iscrizione celebrata a Vada da chi la ospita, villa che fu dei Fabbri ed ora è Graziani. Limpidi caratteri, un po' senili, rispetto all'aulica Plautilla. Ma quella era la promessa sposa del promesso imperatore, Caracalla.
Anni di fanciulle, questi dei Severi, Pupienia e Plautilla, si spera la prima meno sfortunata, ma non è detto ...
Molto è cambiato, in trent'anni e più, e certo, volendo, alla capanna o quasi del Chiarone si potrebbe aggiungere il torculare del Tosso, per baloccarsi di resilienza, parola assai di moda ... oh, ecco, oggi  potremmo ragionare di resilienza e poi farsi farsi travolgere da Arezzo, Via Cesalpino, il mosaico sfuggito, ma forse tardoantonino più che severiano, i pesci e il loro signore, un bianco e nero solido ma anche inciso. Protoresilienza, forse subito dopo la peste di Marco Aurelio. E perché no ...
Alla fine, mancano solo l'anfora di Empoli (ma un po' se ne accennava) e i curatores di città affannate.
Sì, si poteva intitolare 'Gli anni della resilienza', Un po' più appetibile, ottima maionese per un'insalata russa fatta di verdure racimolate ...

martedì 30 dicembre 2025

Il guerriero dell'Auser, degli anni di Romolo


 


Quanti dubbi, quanti anni fa, su quel groviglio di inconsueti frammenti fittili mirabilmente estratti da Alessandro dal pozzetto del secolo VIII a.C., Lucca Arancio periferia, il nuovo ospedale che stava emergendo con infiniti segni del passato.
E ora è lì, ricomposto in parte, nell'ingresso dell'Ospedale San Luca, Lucca, il singolare coperchio che infine s'illuminò della luce che da Pisa portava l'amica che aveva trovato il grande sepolcreto dell'età del ferro ... non coperchio singolare, ma elmo fittile, come talora facevano gli Etruschi dell'Età del Ferro, o Villanoviani che dir si voglia, anche a Pisa, terra di frontiera.
Terra di frontiera ancor più lungo l'Auser, risalito fin dove sarà poi Lucca venendo da Volterra, dichiara la brocchetta con duplice ansa, solo integro cimelio fra tanti frantumi di decorati biconici, di dolii. Villanoviano di Volterra, fasi scandite da Alexia in opera preziosissima (da tutti i punti di vita). Ma allora ancora le biblioteche eran comode ...
Audaci pionieri che già si erano fermati al Chiarone, ma sempre avanti, saremo intorno al 700 a.C., o un po' prima, a cercare nuove occasioni, per sé, per la loro gens, per la città che stava emergendo, sulla lontana acropoli. Ma anche in contatto con la città vicina, alla confluenza tra Auser e Arno, Pisa.
Quasi cinquant'anni, dai primi frammenti trovati da Agostino Dani e Giuliano Cappelli nell'alveo del Bientina, che stupore un po' prima del 1980. Non molto di più, ma un po' di più se ne sa, la ricerca fa progressi, e qualche volta il caso le sorride.
E certo qualche dubbio sul frammentario coperchio ci sarebbe, giacché della cresta poco rimane, in depositi remoti nello spazio e nel tempo, e poi l'oscuro duplice rigonfiamento alla base ... ma tutto illumina, da Bologna, il nudo bronzetto di guerriero vestito solo di elmo, si dice da Reggio Emilia, o chissà da dove, che il dottissimo Iaia illumina facendone segno della fodera interna.
Perché l'elmo senza fodera è scomodo da portare ...

mercoledì 17 dicembre 2025

Il gallo di Volcascio. Amuleti di Garfagnana, anni anni dopo ...

 

Passano gli anni, e sempre un po' lì si ritorna, mitici fra Ottanta e Novanta, poi certo sì, pieni di ritrovamenti, ma era un'altra cosa ... Volcascio, terre di Garfagnana, forse l'ultimo degli scavi fatti all'antica, appassionati, amici, Guido Rossi, Paolo Notini, e quanti altri nomi, spesso ricordati in nota.

La statuetta, Abundantia, si riteneva e si ritiene, segno pagano di quelli che rallegravano Rutilio nelle sue soste, un passato sempre più difficile da conservare di fronte alle nuove aristocrazie e alla volontà imperiale. E fra non molto represso.

Ma questi sono ancora anni di Rutilio, dichiarano le ceramiche finite nella discarica sul pendio rapido verso il Serchio, ancora c'era spazio per le tradizioni antiche.

E poi, fra cocci infiniti, pentole stravaganti di linee incise, schedate da Paolo una per una, con tenacia, il pendente, pasta vitrea stampigliata.

E tanti anni dopo, finché si può, ancora la curiosità di saperne di più, dell'amuleto venuto dall'Oriente. Qualcosa già allora si sapeva, ma i pdf e le comodità di Google oggi assai di più ne fanno sapere: il corpus del British Museum, come sempre inappuntabile, esauriente, ma poi la terra sul Giordano dà un altro pendente, fresco di scavo, e ad Aquileia altri si aggiungono, intrecciandosi nel pullulare di novità. ignoti gli uni agli altri ... e a Cagliari, e chissà quanti altri

Pochi anni, e la carta di distribuzione si infittisce, pur se ancora non s'aggiunge né Volcascio né Luni, ma si sa, una nota a pie' d'articolo non è detto che venga cercata. Né trovata.

Non importa, quel che importa è che sì, nell'insieme, era corretto porre fra Siria e Palestina la produzione di questi amuleti, con il gallo (pare...) apotropaico, ora assai studiato per l'Egitto tardoantico, capaci di arrivare in tutto l'Impero, produzione quasi industriale per le plebi tardoantiche, cristiane, ebree, pagane. Simboli per tutti. Il commercio non aveva (e non ha) confini.

Anche quando l'Impero era allo stremo, e sempre di più si doveva confidare nei segni indossati.

giovedì 4 dicembre 2025

I segni di Dioniso sui dolia, a colori. Rivedendo antiche immagini del dolio dei Tossii da Fonteblanda...




Giorni per guardare indietro, inevitabile, dopo tanti spesi guardando avanti. E guardare indietro è anche sfogliare le memorie e i dischi rigidi, trovare immagini del tempo delle pellicole convertite in serie numeriche, digitali. Una cartella, "Scansioni", ogni immagine un lampo negli anni Ottanta, primi Novanta al massimo. Una storia da rivivere, ora che il tempo di attendere storie nuove sta svanendo.

Riappare la scheggia di dolio di Fonteblanda, prezioso dono della terra lungo la ferrovia, fitta di macerie di un abitato dei tempi di Roma, letta nelle schede del Corpus Inscriptionum Latinarum, indici e pagine da sfogliare lentamente, non nel vortice del .pdf. Anni più semplici più lenti, ma non è detto. Frutti di lunga maturazione, infine la pubblicazione, in una rivista che oggi non è più, forse anche perché quei tempi non sono più. Chissà. Opus, i doli dei Tossii, storia di una produzione durata un secolo almeno raccontata da stampigliature su bordi di dolia.

E soprattutto, a colori, il tirso, i dolia, che sono tre ma dovevano essere almeno cinque, il kantharos, il trionfo nel segno di Dioniso del maestro vasaio, arte di terra e di fuoco celebrata dall'orgoglio del nome e dalla festa dei segni del Dio del Vino. Si dovette integrare il gentilizio, non la festa, squillante nel kantharos che completa l'opera del dolio.

Molto è stato poi aggiunto, e nuovi segni dei Tossii sono affiorati, e forse indicano che anche lungo il Tevere si lavorava per arredare le celle vinarie della Tarda Repubblica e dell'età di Augusto.

Un piccolo contributo per una lunga catena di ricerca. Anno 1992, dice la data di Opus. Ma anche un po' prima.


 

sabato 1 novembre 2025

Ritorno al ponte del Botronchio, dopo aver raggiunto la Gallia ...


 


Meraviglie di Google Lens, si ritorna al quadretto degli Horti Lamiani con scene di vita fluviale, si cerca un'immagine di alta qualità, si trova l'occasione per leggere minuzie e particolari di vita sul ponte e intorno al ponte, in attesa di qualcuno che ne dia interpretazione ...
Ma a chi in anni lontani seguì Augusto e i suoi amici nell'avventura dello scavo nel Botronchio, lungo il decumanus visto dal satelllite e poi ritrovato sulla terra, e del ponte di legno che ne raccontò la storia, l'immagine nel limpido tocco di figurine che hanno il sapore del Magnasco o del Guardi, pennellate rapide da completare con l'immaginazione, è sufficiente ...
E se ne discusse con Augusto, quando ormai il tempo del Botronchio, e non solo, era consumato, del capitolo mancante alle vicende di boscaioli, carrettieri, cacciatori, che ferri bronzi ceramiche del ponte avevano fatto immaginare: le monete, assi e sesterzi, non finite per i ghiribizzi del caso nelle acque a preservarsi dalle patine, ma gettate. Come dal Reno al mare, fra Gallia e Germania, offerte in guadi e ponti. Sì, c'è sempre qualcosa da aggiungere, usi di provincia giunti anche in Etruria, o chissà che altro.
Ars longa, vita brevis. 

lunedì 6 ottobre 2025

Nicepor a Viareggio. Decifrando (o sognando di decifrare ...) il bollo in planta pedis del dolio a Viareggio




 







Quanti anni dal giorno di Viareggio, il dolium e la Capitaneria di Porto ... e la sfida perenne, mai vinta, del bollo in planta pedis, certo da Minturno o dintorni. Dieci o giù di lì ...

E poi amica e antica collega, Emanuela Paribeni, un giorno di una primavera incipiente, cupa, regala splendide immagini del bollo, con il colore e il calore del sole che le esalta ... 

... e un giorno d'autunno, dal freddo sapore d'inverno, si guarda e riguarda, ma sì,  a linea 2 era ovvio

    N I C E P O R  S

Certo N e I richiedono impegno e fantasia, ma il resto fila, e Nicepor, servus di Q. Acerratius, produttore di dolia a Minturno, terra dei dolia migliori, è perfetto, è lui, e a linea 3, infine, almeno

    F E C

è chiaro!

Bello sarebbe se a che a linea 1 squillasse Acerratius. o qualcosa del genere, come si era immaginato. Ma veramente uno sforzo è riconoscerlo in conclusione,

    S  P  M  A C E R

veramente astruso. Nelle lettere si annida il gentilizio del dominus, ma troppi rovelli resrano.

Sì, la sfida continua, finché si respira si può sognare ...

E si ritorna ancora più indietro, quindici anni e oltre, quando Pamela mostrò il bollo del dolium elbano, e allora chissà, subito apparve dopo lo squillante nome del servus Alexander, il dominus

    V M I D 

un po' rotto. E ora che la rete mette tutto a disposizione, esalta, e poi anche un po' deprime, ebbenesì, Umidius va bene, gens se non di Minturno dei dintorni, implicata nell'armamento navale, come illustra il maestro, Piero Gianfrotta, nell'ancora da Molara, a Sassari, divinamente letta. Si assomigliano anche un po', nella stesura, i caratteri impressi nell'argilla del dolio e quelli rilevati nel piombo...

Genti di Minturno e dintorni, anni di Augusto e dintorni, traffici di vino per mare.

Quanti anni a rimuginare sui dolia, il Portus Cosanus, il Giglio, e poi via, verso la Gallia. Il mare dei dolia, quello intorno all'Argentario ...

Per un momento, tornando a quei giorni, si può dimenticare il resto ...


lunedì 1 settembre 2025

Ritorno ai cippi della Valdera (e del Valdarno), cinquanta anni dopo ...in neerlandese


Non si sfugge al ricordo, il passato incombe e si ritrova anche curioseggiando fra le ottocentesche anticaglie che han trovato casa a Leida. Utili schede, sapore dell'archeologia romantica e neoclassica, certo sempre la mancanza del contesto soffoca l'archeologo ben abituato ...

Ma si sussulta quando appare, come cinquant'anni fa dalle chiese di Valdera o dalle pagine del Mariti, un acheruntico cippo, classe allora assai oscura, oggi iper-illuminata da innumeri trovamenti, forse anche troppo, un po' frastornanti.

Ma questo di Leida, arrivato nei Paesi Bassi passando da Arezzo, dice la scheda neerlandese, ha un sapore diverso, chissà da dove viene, forse dalle terre di confine dei cippi, dove Fiesole toccava Arezzo, coì come i suoi cugini dalle terre dove Volterra sfiorava Roselle o Siena, Montalcino, Pari ...

E per un attimo riappaiono don Mannari, divagando per Montacchita, frustrata ricerca poi illuminata tanti anni dopo, e le chiese di Montefoscoli. Un attimo, un bagliore che ha navigato nel tempo.

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