La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico
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martedì 24 luglio 2012
Le finezze elleniche della Murella
Il rosso in nero delle tavole di Furtwängler e Reichhold, per dar vita ai frammenti di kylikes attiche della Murella, e di skyphoi dei loro emuli etruschi. Usi ellenici del bere, per i severi Etruschi del crocevia dei fiumi della Garfagnana, degni del komos delle figure rosse dei primi del V secolo, i loro stessi anni, pur senza le frenesie dell'eros ellenico scatenato dal vino (si presume).
E tocchi di vita, mediati dal severo sapere dei dotti germanici fra Otto- e Novecento, per ricomporre i frammenti finiti sul pendio che guarda il Serchio, dopo viaggi interminabili per acqua di mare e acqua di fiume, associati ai fratelli etruschi ancora sulle ultime tappe del mare.
Si continua, per le fatiche di Paole e Silvio, ora affaticati sulle lettere, dopo aver faticato con minor affanno nelle gioie della neve e del sole.
giovedì 19 luglio 2012
Storie di monache e di crespine
Finissime gioie del compendiario, tratti rapidi sottili nervosi sicuri, come si suol dire, pochi colori nella tavolozza, che sembrano infiniti, e il blu su bianco velato dai secoli. Ragionar delle monache di Santa Giustina di Lucca, con amiche e altro, per tele con storie ritrovate, boccali ricostruiti con fatiche sfinenti, per raccontare nel monastero chiuso all'angolo delle mura dei viaggi nel mondo.
E l'inquietante putto, di Faenza o chissaddove, con il sorriso ambiguo, protobarocco, per le monache, per viaggi nella vita che le mura del convento negavano, come sui galeoni delle Indie che Silvia ricuce e Alessia rinsalda.
Si continua, si continua, con le monache che sognavano nel vino contenuto nei galeoni le storie che il puttino compendiario, tutto da studiare, salvato da un mucchio di terra marzo del '91, racconterà a chi vorrà cercarlo.
E l'inquietante putto, di Faenza o chissaddove, con il sorriso ambiguo, protobarocco, per le monache, per viaggi nella vita che le mura del convento negavano, come sui galeoni delle Indie che Silvia ricuce e Alessia rinsalda.
Si continua, si continua, con le monache che sognavano nel vino contenuto nei galeoni le storie che il puttino compendiario, tutto da studiare, salvato da un mucchio di terra marzo del '91, racconterà a chi vorrà cercarlo.
lunedì 16 luglio 2012
La notte del Tesoro del Lago, fra l'Arno e le Cerbaie (e oltre)
La premessa
La storia medievale del territorio che oggi forma il Comune di Castelfranco di Sotto non è narrata solo dai documenti che sin dal secolo VIII permettono di seguire le vicende dei villaggi vissuti fra Arno e Arme/Usciana o sulle Cerbaie che guardano la piana che oggi è la Bonifica del Bientina, e fu Lago di Sesto o Bientina fino al 1859: la vivacità delle curtes sull’Arno, con le chiese che ne corroborarono il ruolo di ‘nodi’ dell’insediamento, fra XI e XII secolo, fino alla nascita di Castelfranco, nel 1252/1253, o la formazione dei castelli di Orentano e Montefalconi, possono essere seguite anche nelle tracce lasciate nel suolo, che una paziente ricerca archeologica ha riconosciuto e ricomposto sin dagli anni Settanta del secolo scorso, e che – grazie all’attenzione che da quegli anni gli amministratori del Comune di Castelfranco dedicano all’archeologia – possono essere agevolmente seguite nella sintesi affidata a due volumetti (Ciampoltrini – Manfredini 2007; Ciampoltrini – Manfredini 2010), reperibili anche sul web.
Nonostante le ultime stagioni non siano fra le più felici per l’archeologia, la normativa di legge e la passione di tanti per i segni del passato consentono continui incrementi nella conoscenza, grazie anche all’affinarsi della strategia di ‘tutela preventiva’ sui lavori pubblici, sempre più imperdibili occasioni per individuare e investigare le testimonianze sepolte nella terra, talvolta prevedibili, talora del tutto insospettate.
Nel 2011, in questo modo, è stato possibile aggiungere alle storie dei villaggi vissuti sull’Arno nei secoli centrali del Medioevo due nuovi capitoli, raccontati dai saggi aperti alla Scafa di Pontedera per mettere in rete nuovi pozzi, e dalle indagini a Sant’Andrea di Santa Croce sull’Arno, imposte dal ritrovamento di stratificazioni d’età arcaica e medievale nelle trincee per un metanodotto. In entrambi i casi, la generosità e la disponibilità degli enti che realizzavano le opere (Acque S.p.A. e Snam Rete Gas S.p.A.) hanno fatto sì che il ritrovamento casuale, controllato dagli archeologi che provvedevano a documentare le sezioni delle trincee, divenisse una regolare campagna di scavi.
Infine, alla periferia di Lucca, sempre fra 2010 e 2011, lo scavo dell’area della dismessa Officina del Gas di San Concordio rivelava non solo le affascinanti vestigia dell’impianto industriale ottocentesco, ma anche i documenti materiali del porto della Formica, sepolto negli anni di passaggio fra Ottocento e Novecento, e del suo precedente medievale. Si completava in questo modo la ricomposizione di una via d’acqua del Medioevo toscano ben nota dai documenti, ma dimenticata nella sua concreta articolazione: dall’Arno, passando davanti alle mura del castello di Bientina, raggiungendo il lago e poi per una rete di fossi, fra Duecento e Trecento era possibile arrivare sino alle porte di Lucca.
In questo contesto le testimonianze archeologiche del Medioevo che la passione di Augusto Andreotti aveva riconosciuto al piede delle Cerbaie, nel territorio di Orentano, mettendo in luce un insediamento probabilmente di carattere portuale, al Rio Moro, ed una fornace, trovavano nuovo e più corposo spessore.
A queste si era aggiunto, da poco, un ritrovamento singolare, soprattutto per la sua storia.
Ancora Augusto Andreotti, nelle cose di famiglia, ritrovava un gruzzolo di monete che, opportunamente restaurate nei laboratori del Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, sotto il coordinamento di Roberto Bonaiuti, confermavano le osservazioni che era stato possibile avanzare a prima vista: si trattava di un complesso di denari lucchesi e pisani del XIII secolo, che veniva affidato alla ricerca di Andrea Saccocci, da tempo prezioso punto di riferimento per la numismatica medievale del territorio di Lucca e di Pisa. Le indagini nella tradizione familiare permettevano ad Augusto di risalire alla data del ritrovamento e al suo autore: Domenico Buoncristiani (detto il Domeniini), cognato della sorella Marcella, coltivando la terra di sua proprietà nella bonifica di Orentano, ai piedi della chiesa che ha preso il posto dell’antico castello, agli inizi del Novecento lo aveva ritrovato in un sacchetto in pelle. Il complesso era stato conservato fra le cose di famiglia, pressoché inosservato, fino a che non era giunto nell’attenzione di Augusto.
Forse indulgendo alle esigenze della comunicazione, si è denominato il gruzzolo emerso al piede di Orentano ‘Il Tesoro del Lago’. Su questa definizione l’accademia avrà di certo da esprimere giudizi superciliosi, ma è sembrato opportuno un titolo di immediata evidenza, se si ritiene che – come chi scrive è convinto – solo il coinvolgimento di ‘non addetti ai lavori’ possa assicurare alla tutela e alla promozione di un patrimonio archeologico che raramente è di facile lettura, il sostegno che deriva dalla sua immediata comprensibilità.
Infine, giacché chi scrive è altrettanto convinto che sia indispensabile ricomporre il ‘contesto’ dei singoli dati, integrando le varie fonti disponibili, il ‘Tesoro del Lago’ è stato presentato negli scenari duecenteschi che indagine di scavo, evidenza documentaria e dati storici propongono: i paesaggi di vie d’acqua del Valdarno che già Maria Luisa Ceccarelli Lemut e Gabriella Garzella, con la compianta Rosanna Pescaglini, hanno delineato dai dati documentari, e ai quali è possibile aggiungere finalmente anche il contributo dell’archeologia; i paesaggi del lago-padule di Sesto o Bientina, come risaltano dal dato archeologico visto nella luce della spettacolare documentazione cartografica ed iconografica dell’Archivio di Stato di Lucca e – ancora – delle fonti documentarie.
Il colore delle immagini e la ricchezza dell’apparato documentario non sono, nell’opinione di chi scrive, orpello da imbonitori: sono strumenti che progresso delle tecnologie editoriali e moltiplicazione degli accessi che la rete di comunicazione del web propone, mettono a disposizione di chi pratica l’archeologia non per l’apprezzamento degli ‘addetti ai lavori’, ma per il pubblico appassionato che è il vero punto di forza di chi lavora per la tutela.
Giulio Ciampoltrini
domenica 8 luglio 2012
Il fascino delicato delle Notti dell'Archeologia, a Montopoli (in Val d'Arno)
Sono stanche le Notti dell'Archeologia, come quando il fulgore della bellezza, maturando, si apre in rughe delicate. Ma la Notte che il castello del Valdarno che guarda anche verso l'Egola e l'Era ci regala, per virtù della tenace Sindachessa, capace di sostenere un'ora di flusso di parole sul Bronzo Finale e un po' di sproloqui protosenili, e della Direttrice amante del pdf, i tocchi morbidi del tramonto d'estate alleggerito dal vento che riesce a risalire, per un po', le smunte acque del torrente Vaghera, splendido nome etrusco (mah!).
Son come il castello ora senza mura che le celebra, in competizione con un matrimonio illeggiadrito dai colori del laterizio della pieve, le Notti di Montopoli, quando si attende la notte: sobrie e severe come le facciate dei palazzi cinquecenteschi di un'aristocrazia di provincia fiera dell'insegna araldica e della pietra che ne segna i volumi. Sapori di Controriforma in colori oscuri, ma che sono chiari come i toni delle tele volute dai Pontanari di Castelfranco per la cappella in San Romano, la Vergine Lauretana del Valdarno.
Parole e parole, fra entusiasmi rivissuti trent'anni dopo e per trent'anni, e ora ogni giorno potrebbero affievolirsi, un tocco di nuove generazioni, con le domande intelligenti e inquietanti di giovani archeologhe, le attese di aspiranti archeologi.
Monte Formino, il Bronzo Finale finito nel fossato con le anse a testa di cobra, è un po' più in là, sull'altro crinale, mentre le olive attendono di rinnovare la loro pienezza.
Per questa sera la voce della cantante che si diffonde verso l'Arno, nella quiete del castello or senza mura, acquieta gli amici convenuti, con lo spuntino che prepara la Notte.
domenica 24 giugno 2012
I giorni di Monte Formino per le Notti dell'Archeologia
Giulio
Ciampoltrini – Roggero Manfredini
La
collina delle anse a testa di cobra.
Monte
Formino e il Valdarno Inferiore sul finire del II millennio a.C.
Quindici anni dopo la memorabile
mostra ideata e realizzata a Livorno da Alessandro Zanini sulla Toscana
centro-occidentale nel II millennio a.C. (Dal
Bronzo al Ferro), lo scenario che veniva proposto in quella sede non si è
particolarmente arricchito, almeno per quel che riguarda la pianura solcata
dall’Arno e dai suoi affluenti ancora attivi (l’Era e l’Usciana) o perduti con
le bonifiche granducali (il ramo dell’Auser-Serchio
che oggi sottopassa l’Arno con la Botte lorenese): la ‘Terra dei Quattro
Fiumi’, come si è proposto di definirla. O per l’affievolirsi della ricerca, o
perché ciò che è venuto in luce negli ultimi anni rimane inedito, l’evoluzione
del sistema di insediamenti negli ultimi secoli del II millennio a.C. che
corrispondono, nella sequenza culturale, al Bronzo Recente e al Bronzo Finale,
deve essere ancora delineata in base ai contesti che vennero presentati a
Livorno. Anche le ricerche condotte nel territorio ‘fra le Cerbaie e l’Auser’, nella piana oggi bonificata del
Lago di Bientina, per uno dei rari interventi programmati e finanziati dalla
Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana in località Ai Cavi di
Orentano, nel 2006, e con lavori connessi ad attività del Consorzio di Bonifica
Auser-Bientina, fra 2007 e 2008, nell’area di Fossa Cinque di Bientina, hanno
arricchito e articolato le testimonianze di abitati già conosciuti e presentati
nella mostra livornese, ma non hanno comportato revisioni significative della
sequenza che vi era prospettata (fig. 1).
Acquista dunque un particolare
interesse Monte Formino, la collina che, appena oltre l’odierno confine tra i
Comuni di Montopoli in Val d’Arno e Palaia, nel territorio della seconda,
domina un itinerario di crinale (fig. 2) oggi recuperato dopo trent’anni di
abbandono per rendere accessibili agriturismi e case coloniche rinnovate come
case-vacanze, ma che aveva tradizionalmente avuto un ruolo strategico
fondamentale per raccordare alla piana dell’Arno i distretti della Valdera che
fanno capo all’acropoli di Palaia. Il secolare rapporto fra Marti e Palaia,
perduto con la revisione dei confini comunali degli anni Venti del Novecento,
era strutturato da questa via.
Una fortunata ricognizione
condotta dal Gruppo Archeologico ‘Isidoro Falchi’ di Montopoli aveva permesso
di recuperare qualche frammento ceramico genericamente riconducibile all’Età
del Bronzo, ma è stato l’impegno dell’ormai maturo volontariato dell’intero
Valdarno e della Valdinievole, ancora con i membri del Gruppo ‘Isidoro Falchi’,
e poi con Augusto Andreotti, Enrico Pieri, coordinati da Roggero Manfredini, a
trasformare – fra l’inverno 2010 e l’estate 2011 – un sondaggio che mirava solo
a valutare il potenziale stratigrafico dell’area di affioramento delle
ceramiche in un vero e proprio saggio (fig. 3) che, pur nelle dimensioni
contenute imposte dall’esigenza di salvaguardare le colture, ha permesso di
acquisire preziose testimonianze di un abitato del Bronzo Finale del Valdarno
Inferiore. La generosa disponibilità del proprietario del terreno, il sig. Adriano
Bartoli, è stata essenziale per il buon esito della ricerca.
La complessità della sequenza
stratigrafica e lo stato di avanzamento, assolutamente iniziale, della ricerca
sui materiali impongono un’estrema prudenza nella presentazione dei dati di
Monte Formino, ma – ad oggi – si dovrebbe argomentare che lo scavo ha portato
in luce una concavità orientata grossolanamente est-ovest, aperta al piede
della collina, dove il rilievo si distende in un ampio pianoro percorso, appena
a occidente, dalla via da Marti a Palaia, spesso realizzata in trincee o tagli
della collina. La concavità era stata colmata, progressivamente, da sedimenti
antropici anche assai ricchi di materiale ceramico, talora in frammenti
contigui o spezzati in situ,
frammisti a schegge informi di una pietra calcarea autoctona (fig. 4); i
livelli superiori erano di sabbia, pressoché identica a quella del suolo in cui
la concavità era stata aperta. Spettacolare indice dalla formazione dei
sedimenti, e dei livelli di calpestio originari, una mandibola di cervide,
disposta di piatto su un livello di vita, presto sepolta sotto la sabbia di
dilavamento.
Un fossato aperto al piede
dell’unico lato accessibile del rilievo, per il resto circondato da erti
dirupi, dapprima colmato da discariche di materiale proveniente da aree di vita
prossime, comunque disposte a monte, assieme a residui di pezzame forse
utilizzato nell’abitato stesso, in seguito livellato dal disfacimento delle
pareti e dal dilavamento della sabbia di base, ancora ricca di ceramiche e
altri materiali provenienti dallo smantellamento di stratificazioni di vita:
questa è l’interpretazione al momento preferibile (o più agevole) per la
sequenza messa in luce, non senza le difficoltà determinate dalla sostanziale
omogeneizzazione dei suoli.
Lo stato di conservazione dei
materiali e la presenza di lenti fortemente antropizzate, come si è appena
accennato, non dovrebbero tuttavia lasciar dubbi sul fatto che la fossa fu
aperta in funzione di un’area insediativa che doveva disporsi sul versante che
dalla sommità del Monte Formino digrada verso sud. Naturalmente non è possibile
– se mai lo sarà – valutare il ruolo del fossato: apprestamento a protezione
dell’abitato, semplice delimitazione ‘di servizio’ dell’area insediativa, opera
agricola.
L’orizzonte cronologico
dell’occupazione è, tanto suggestivamente quanto ancora enigmaticamente,
proposto dai non molti frammenti ceramici riconducibili a tipi di cronologia
definita. Fra questi spiccano le due fastose anse sormontanti cilindroidi, che
si aprono alla sommità in una fascia coperta da decorazioni a rilievo
acquistando – del tutto casualmente, come è ovvio – l’aspetto di una ‘testa di
cobra’ (figg. 5-6); le anse erano pertinenti a tazze la cui sontuosità dovrebbe
corrispondere ad un ruolo specifico nella presentazione e nel consumo di una
bevanda ‘di pregio’, sulla cui natura (vino o prodotto della fermentazione dell’uva?
birra?) non è possibile avanzare congetture che non siano mere ipotesi.
Rinunciando alla suggestione della ‘testa di cobra’ per terminologie più
‘scientifiche’, le due anse potrebbero essere definite come ‘tipo Monte Formino
1’ e ‘tipo Monte Formino 2’, e trovano per il momento il parente più prossimo
in un esemplare proveniente dall’abitato di Via di Gello a Pisa, presentato da
Stefano Bruni e ancorato dai materiali concomitanti al Bronzo Finale. L’analogo
tipo presente a Stagno, minuziosamente pubblicato da Alessandro Zanini, nella
semplificazione del modello proposto a Monte Formino potrebbe suggerirne
l’evoluzione, in coerenza con la datazione ad una fase estrema del Bronzo
Finale (Bronzo Finale 3 A), ormai poco prima del 1000 a.C., certificata anche
dalle indagini dendrocronologiche condotte sui legni delle palificazioni che
articolavano l’abitato di Stagno.
I frammenti di fibule ad arco di
violino in bronzo e gli altri tipi ceramici – appena leggibili allo stato
attuale – convergono con queste indicazioni e propongono di collocare la vita
di Monte Formino in una fase iniziale del Bronzo Finale, che per il momento
deve rimanere fluida, in un arco di tempo intorno al 1100 a.C. che potrebbe
oscillare di molti decenni. Le stratificazioni del fossato e delle aree
contigue hanno restituito, tuttavia, anche materiali probabilmente riferibili
al Bronzo Medio, indice di una ripetuta frequentazione del sito, che si
vorrebbe motivare con la specifica vocazione itineraria.
Posto in una fase precoce del
Bronzo Finale, il sito di Monte Formino permetterebbe di approfondire le
conoscenze – o, piuttosto, di moltiplicare le ipotesi – su un momento critico
non solo per il Valdarno Inferiore.
L’esaurimento dell’abitato di
Fossa Nera di Porcari è ormai concordemente collegato alla grande crisi che
negli anni intorno al 1200 a.C. sconvolge l’intero sistema di insediamenti
‘terramaricoli’ della Pianura Padana, di cui questo sito – individuato negli
anni Ottanta del secolo scorso da Augusto Andreotti – costituiva la ‘testa di
ponte’ a sud degli Appennini, al punto di arrivo di un itinerario aperto dal
Serchio con il complesso sistema di bracci con cui percorreva quella che è oggi
la Piana di Lucca. I tipi ceramici, i bronzi, le ambre avventurosamente
recuperati in giacitura secondaria a Fossa Nera di Porcari dimostrano infatti
gli strettissimi rapporti del sito con l’area padana culla di questa cultura,
dissoltasi per motivi misteriosi negli stessi decenni intorno al 1200 a.C. che
vedono tutto il bacino mediterraneo, dall’Egitto assalito e minacciato dai
Popoli del Mare sino alla civiltà micenea scomparsa con il Ritorno degli
Eraclidi (l’arrivo dei Dori), sconvolto da eventi catastrofici, ancora dalle
motivazioni oscure e comunque molteplici. Per tutto l’arco del Bronzo Recente
(1300-1200 a.C.) Fossa Nera di Porcari doveva aver svolto – verosimilmente non
da sola, ma assieme ad altri insediamenti oggi inattingibili perché sepolti
sotto potenti sedimenti fluviali – un prezioso ruolo nell’aprire nuovi
orizzonti ai distretti della Toscana nord-occidentale che per tutto il Bronzo
Medio (intorno al 1500-1400 a.C.) avevano visto l’omogenea fioritura della
‘cultura di Grotta Nuova’, conosciuta nella Piana di Lucca grazie all’abitato
del Palazzaccio di Capannori e nell’attuale padule di Fucecchio con i
ritrovamenti di Stabbia.
Dalla Garfagnana e dalla valle del
Serchio, dove comunità ancorate alla cultura terramaricola della Pianura Padana
compaiono già nel Bronzo Medio, come dimostrano il contesto del Muraccio di
Pieve Fosciana, scavato negli anni Novanta del secolo scorso, e quello inedito
dell’Asilo Nido di San Romano in Garfagnana, la via verso la pianura e la valle
dell’Arno è presto aperta e rimarrà assicurata, forse almeno per un secolo, a
Fossa Nera di Porcari.
La dissoluzione dell’insediamento
di cultura terramaricola della Piana di Lucca potrebbe essere riferita alle
circostanze ecologiche forse indiziate dallo scheletro recuperato in sedimenti
di matrice fluviale nel territorio di Orentano, lungo un ramo del Serchio (Auser), da Augusto Andreotti. Con la
datazione radiometrica agli anni intorno al 1170 a.C., in effetti, induce la
suggestione della concomitanza con la fine di Fossa Nera, ma non ci si deve
nascondere che la coincidenza potrebbe anche essere casuale.
Quello che è certo è che
l’esaurimento di Fossa Nera non implica l’abbandono di questo lembo della
Toscana. Seppure con l’evidente ridimensionamento che traspare anche dalla
povertà dei tipi ceramici, un vasto abitato si dispone al piede delle Cerbaie,
in località Ai Cavi di Orentano. Le ricerche di superficie di Augusto
Andreotti, protratte sino all’inverno 2011, e il saggio del 2006, che mise in
luce una struttura lignea con focolare centrale, suggeriscono la presenza di
una comunità che, in orizzonti culturali più angusti, cerca probabilmente un
ambiente meno ostile di quanto fosse divenuto quello nell’aperta pianura
prescelto da Fossa Nera per coniugare agricoltura, allevamento, sfruttamento
degli itinerari e, in particolare, delle vie transappenniniche. Le affinità del
povero repertorio ceramico con quello restituito dagli abitati d’altura che in
Garfagnana (Capriola di Camporgiano; Castelvecchio di Piazza al Serchio; Pieve
San Lorenzo, appena oltre lo spartiacque, ormai nella valle del Magra)
assicurano comunque l’agibilità delle vie transappenniniche, indizio che queste
comunità, seppure in crisi, non rinunciavano a tentar di serrare le maglie
della rete di insediamenti e di comunicazioni.
Questo sfondo – non occorre
ripeterlo – ha contorni evanescenti, ma è una potente suggestione per
apprezzare il contesto di Monte Formino. La massa delle ceramiche, funzionali
all’immagazzinamento e alla conservazione delle derrate alimentari, e i
rarissimi frammenti di forme per la presentazione e il consumo dei cibi e delle
bevande, come le tazze con profilo sinuoso provviste di ansa a nastro,
presentano affinità con i tipi conosciuti nella Toscana settentrionale o Ai
Cavi troppo generiche per poter mettere a fuoco la posizione dell’insediamento
nello sfuggente contesto in cui matura, forse nel volgere di un secolo, il
sistema di insediamenti di pianura che vede, lungo sepolti corsi d’acqua o
sulle lagune costiere, Stagno e Fossa Cinque della Bonifica di Bientina, o i
siti indiziati dai recuperi pisani, fra i quali continua comunque a spiccare il
complesso di Via di Gello.
Tuttavia, la presenza di metalli,
del tutto eccezionale in contesti insediativi, e comunque sconosciuta ai Cavi
di Orentano, e l’apparire di tipi ceramici come le tazze ‘con ansa a testa di
cobra’, che rinnovano il ruolo delle forme di prestigio del Bronzo Recente
dimenticate a Orentano, così come negli abitati d’altura della Garfagnana, e
destinate a nuove redazioni nelle fasi più avanzate del Bronzo Finale, sembrano
segnali – pur nella povertà del contesto archeologico – di una vivacità
culturale che certo potrà essere messa a fuoco solo con nuove ricerche e nuovi
ritrovamenti.
Per ora Monte Formino, la ‘collina
delle anse a testa di cobra’, si pone in un ambito geografico nel quale era sin
qui pressoché sconosciuta questa fase storica e culturale, quasi come ‘faro’
tra le sparse comunità della piana dell’Arno e dei suoi affluenti, dal
territorio di Pisa sino a Volterra: un paesaggio certamente diluito nel tessuto
demografico, come dimostravano già i risultati delle ricerche di superficie dei
remoti anni Settanta del secolo scorso, che offrono un possibile confronto –
assai generico, tuttavia – per Monte Formino solo con l’esiguo complesso di
ceramiche dal Poggione di San Genesio, genericamente ascritte al Bronzo Finale.
Una considerazione finale, oltre
il valore e il potenziale ‘scientifico’ del sito.
Il lavoro di Monte Formino è stato
condotto nello spirito del volontariato e della passione degli anni Settanta
del secolo scorso, che sono anche gli anni di formazione di chi scrive: ore da
sottrarre ad altre attività, senza nulla chiedere, per inseguire il sogno della
conoscenza del passato e condividere con gli amici i momenti magici in cui il
passato si rivela, nel sole dell’estate appena lenito dal vento di mare, o quando
soffia la tramontana, mentre per due volte le olive maturavano. È sempre più
difficile, per una serie innumerevole di motivi che sarebbe inutile elencare,
rinnovare queste avventure; forse non è neppure opportuno, ora che giovani
professionisti chiedono (giustamente) che la ricerca sia condotta secondo le
regole del mercato (purtroppo evanescente per deficit di domanda). Per quei pochi – ormai tutti almeno
sessantenni o quasi – che ancora credono nei valori del volontariato e della
passione, i pomeriggi a Monte Formino, trent’anni dopo le prime ricerche sulle
colline del Valdarno, rimarranno indelebili, come quelli vissuti sul Bastione
di Marti o a perlustrare la Chiecina, a Pieve a Nievole a investigare la chiesa
del secolo VIII, o come i giorni di Sant’Ippolito, all’alba di un millennio che
si immaginava dai colori più vivi di quelli che stiamo conoscendo.
Bibliografia essenziale
Dal Bronzo al Ferro. Il II millennio a.C. nella Toscana
centro-occidentale, catalogo della mostra Livorno 1997, a cura di A.
Zanini, Pisa 1997.
Insediamenti dell’Età del Bronzo fra le Cerbaie e l’Auser. Ricerche al
Palazzaccio di Capannori e Ai cavi di Orentano, a cura di G. Ciampoltrini,
Bientina 2008.
Fossa Cinque della Bonifica di Bientina. Un insediamento della piana dell’Auser
intorno al 1000 a.C., a cura di G. Ciampoltrini, Lucca 2010.
venerdì 15 giugno 2012
Le Acque e il Vino. L'avventura di uno scavo (La Scafa di Pontedera, 2010-2011)
Quando gli escavatori iniziarono a tracciare le trincee che dovevano accogliere il sistema di tubature previsto dal progetto di Acque S.p.A. per collegare in rete i pozzi aperti nell’area del Ponte alla Navetta di Pontedera che è indicata, nella cartografia, con il toponimo La Scafa (fig. 1), sarebbe stato difficile prevedere che le strutture e le stratificazioni archeologiche che sarebbero venute in luce avrebbero imposto, di lì a qualche mese, di rivedere molte delle pagine che la ricerca archeologica aveva fatto scrivere sulla storia del Valdarno Inferiore d’età romana e medievale.
Nell’ottobre del 2010, appena iniziato lo scavo, subito un ritrovamento, grazie alla strategia di tutela richiesta dalla Soprintendenza, con disposizioni puntualmente recepite, e alla conseguente costante presenza sul cantiere di un’archeologa, per intervenire con tempestività quando lo sterro dovesse trasformarsi in scavo archeologico: relitti di strutture nei quali fu immediato riconoscere un lacus vinarius d’età romana. Le indagini al Tosso di Capannori, condotte fra 2002 e 2003, mettevano a disposizione un modello perfetto per integrare e rendere leggibile ciò che del complesso romano era sopravvissuto alla sequenza di sedimentazioni ed erosioni con le quali l’Arno modellò le sue sponde, fino alla risolutiva regimazione conseguita negli anni Sessanta del Cinquecento, per volere di Cosimo I, incanalando l’Usciana e rettificando il corso del fiume con il taglio che avrebbe fatto slittare Calcinaia dalla sinistra alla destra del fiume, e avrebbe privato Bientina del ruolo che da millenni svolgeva su una grande ansa.
Il piovosissimo autunno del 2010 si fece sentire, imponendo una lunga sospensione dei lavori in questo settore, mentre a ridosso della strada che da Pontedera porta al nuovo e vecchio Ponte alla Navetta le complesse vicende di questo punto di attraversamento dell’Arno (fig. 2) si manifestavano in un tratto di via di ghiaia che doveva aver preceduto quello ancora registrato nelle cartografie ottocentesche: la strada della Scafa, sostituita nel sistema stradale rimodulato dal ponte ottocentesco.
Nel maggio 2011, con la ripresa e la fase conclusiva dei lavori, il lacus fu finalmente messo in luce, e, grazie alla coinvolgente passione di Sara Alberigi – l’archeologa incaricata da Acque S.p.A. (fig. 3) – fu possibile estendere il saggio anche oltre i limiti strettamente indispensabili per assicurare la compatibilità fra l’opera pubblica e la salvaguardia del dato archeologico.
La prosecuzione dello scavo della trincea, subito a nord-ovest dell’area del lacus, offrì nuove sorprese.
In effetti, i dati già disponibili sul Valdarno Inferiore lasciavano intuire che i potenti sedimenti che spesso rendono inaccessibili queste pianure alla ricerca di superficie sigillano il fitto sistema di insediamenti romani che si distribuiva nella griglia tracciata dai limites (le ‘vie di bonifica’) della centuriazione d’età augustea, ricostruita con certezza fra Arno ed Era sulla sinistra dell’affluente, nel territorio di Pisa – la colonia Iulia Opsequens Pisana che accolse tra il 41 e il 27 a.C., come le altre città dell’Etruria settentrionale, da Lucca a Firenze, i veterani delle guerre civili – ed ipotizzata sulla destra dell’Era per i relitti di limites leggibili fra il Romito e il territorio di Ponsacco, entro i quali ricadeva anche la piccola necropoli del I secolo d.C. intercettata alle Pescine di Treggiaia, nel 2004, dai lavori per la variante dei Fabbri della S.P. delle Colline. D’altro canto, la viticoltura e gli impianti per la vinificazione sono un tratto consueto di questo tessuto di insediamenti rurali, come suggeriva da tempo il lacus ritrovato sotto la pieve di Santa Giulia di Caprona, e – in un contesto certificato dal dato stratigrafico – l’impianto messo in luce fra il 1999 e il 2000 con lo scavo di Sant’Ippolito di Anniano, nel vicino territorio di Santa Maria a Monte.
Il Vino: la prima immagine delle storie sepolte alla Scafa.
Se i resti dell’insediamento rurale d’età romana della Scafa si incasellavano agevolmente nella scacchiera degli agri centuriati già ricomposta, del tutto inattesa ne era, invece, la rioccupazione nei primi secoli del Medioevo.
Quando Sara riuscì a cogliere, sotto il dente dell’escavatore, le tracce di una inumazione, il braccialetto (armilla, nella terminologia archeologica) in bronzo che la defunta conservava al braccio ne dichiarò immediatamente la cronologia: partendo dai ruderi dell’edificio d’età romana erano state tracciate le ‘righe’ lungo le quali, fra l’avanzato VI e il VII secolo, una piccola comunità aveva deposto i suoi defunti.
Iniziava lo scavo vero e proprio, intrecciando le esigenze di mettere in opera le tubature di progetto e l’opportunità di documentare adeguatamente una fase storica sin qui pressoché sconosciuta nel Valdarno Inferiore.
Grazie alla capacità organizzativa dell’archeologa, assecondata dall’impegno delle maestranze dell’impresa Fegatilli e dalla disponibilità assicurata da Acque S.p.A. e dai responsabili del cantiere, venivano progressivamente esplorati, fra giugno e luglio, un significativo tratto del sepolcreto e altri resti dell’edificio romano, con le sue complesse vicende che si intrecciavano a quelle del lacus. Le dotazioni di alcune delle deposizione indagate (dieci in tutto) ne confermavano la datazione alla prima metà del VII secolo; infine, nel Basso Medioevo, fra XI e XIII secolo, di nuovo questo lembo di riva dell’Arno aveva accolto un abitato, seppur riconoscibile solo per gli scarichi finiti nel reticolato di canalizzazioni che aveva inciso la necropoli.
Una storia complessa, alla cui radice la suggestione dell’archeologo vuol porre la peculiare posizione del sito, nel crocevia dei fiumi che formano la rete di acque che innerva il Valdarno Inferiore: l’Arno, l’Era, l’Usciana, che nei rettilinei della bonifica medicea ha cancellato i meandri che ne testimoniavano – con l’idronimo perduto già nell’Alto Medioevo, l’etrusco Arme – assai più efficacemente di quanto non sia oggi possibile il ruolo di terminale del sistema fluviale della Valdinievole e del territorio pesciatino; infine, il quarto dei fiumi che percorrono questo territorio, la ‘Terra dei Quattro Fiumi’, come chi scrive ha proposto di definirla: il ramo di sinistra dell’Auser-Serchio che ancora nell’Ottocento, con gli emissari dei laghi nei quali il fiume si impaludava dall’Alto Medioevo, raggiungeva Bientina, ed oggi sottopassa l’Arno con la Botte voluta per l’ultima, risolutiva bonifica dal Granducato, alla vigilia dell’Unità d’Italia.
Le Acque, dunque, non solo in omaggio alla società dai cui investimenti è nata la ricerca.
Sono proprio le peculiari vicende del sito della Scafa nell’Alto Medioevo a suggerire, infatti, che già in questi secoli il sito avesse occupato il ruolo di punto di attraversamento del fiume da cui trae il nome, e che forse aveva già in età romana, quando la via che da Pisa portava a Firenze, tracciata nel corso del II secolo a.C. sulla sinistra del fiume, doveva biforcarsi con un ramo che seguiva l’Arno attestandosi anche sulla destra; il controllo di questo punto di attraversamento, con le complesse interazioni fra Pisa e Lucca che traspaiono dalla tormentata vicenda dei confini delle due città nell’Alto Medioevo, è la ragione più suggestiva della peculiare vicenda che le trincee di Acque S.p.A. hanno fatto scoprire.
Grazie all’invito di Elisa Possenti, e all’impegno del personale tutto del Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana (in particolare di Marcello Miccio per le indagini preliminari, di Araxi Mazzoni per le ceramiche, di Stefano Sarri per i materiali in ferro, di Daniela Gnesin per i bronzi, con Cinzia Innocenti come costante punto di riferimento), è stato possibile già nel settembre 2011 presentare i dati essenziali della necropoli altomedievale al convegno di Trento dedicato appunto alle Necropoli longobarde in Italia, suscitando anche l’interesse della stampa locale che – in particolare Mario Mannucci, con lo speciale dedicato all’evento sulle pagine di Pontedera della Nazione del 7 ottobre (fig. 4) – ha seguito con continuità lo sviluppo della ricerca.
Infine, proprio nelle ultime giornate di lavoro, il ritrovamento di testimonianze delle opere di bonifica agraria dell’Ottocento, con i resti di un ponticello costruito nella splendida tecnica laterizia che qualifica le eleganti opere pubbliche del Neoclassico di questo lembo di Toscana, quasi a coronare una ‘storia archeologica’ che va dall’età romana all’Alto Medioevo, alle vicissitudini dell’insediamento sparso dei secoli centrali del Medioevo che sulle sponde dell’Arno si esaurì solo nel Duecento, con la nascita delle ‘terre nuove’, come, appunto, Pontedera; infine, gli aspetti del paesaggio d’età medievale e contemporanea.
È stato forse l’entusiasmo che, dopo trent’anni e più di attività nella Soprintendenza, chi scrive ancora riesce a cogliere, condividendolo, nelle nuove generazioni di archeologi che nella terra sanno percepire ogni sfumatura di colore, a imporre di dare una tempestiva presentazione delle storie che la pianura a nord-est di Pontedera ha raccontato fra l’autunno del 2010 e la tarda estate del 2011.
Come già lo scavo, Acque S.p.A. ha assecondato anche questo ultimo momento del percorso, contribuendo in maniera risolutiva alla pubblicazione; ma queste pagine nascono essenzialmente dalla passione di chi cerca nella terra, nel fango dell’inverno o sotto il sole dell’estate, le storie di uomini e di paesaggi che i documenti non ci raccontano.
Giulio Ciampoltrini
martedì 5 giugno 2012
Bianco conventuale. Rivisitando San Francesco a Lucca
Si deve passare dai colori ritrovati dei Buonuomini di Firenze, e poi saltare a Monte Oliveto, fra i severi monaci del Sodoma, per apprezzare il bianco francescano, che è bianco conventuale, del San Francesco di Lucca, S ed F visitati infinite volte, in blu splendente sullo smalto bianco della bianca pasta, povero segno inciso a graffio sul giallo che vorrebbe esser bianco dell'invetriata arricchita di verde e di un po' di giallo.
Bianco dei Buonuomini, bianco benedettino, bianco francescano.
Inizi del Rinascimento in pure forme, con il vino dei Buonuomini che passa in fiaschi di vetro, come a Lucca San Francesco, forse, ma senza boccali.
Gli enigmi dell'archeologia che arriva al Quattrocento, agli Osservanti lucchesi coevi dei patroni fiorentini dell'amico del Ghirlandaio, parenti poveri delle Cene di Ognissanti o della Cappella Sassetti, per darci, nella sofferente quotidianità degli anni Sessanta e Settanta del Quattrocento, suggestioni per il convento lucchese amico degli Straccioni.
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